

di Michel Paganini
Marco Travaglio, un nome che non lascia indifferenti. O lo si adora o lo si impicca. Il giornalista porterà in scena, il 21 maggio, al teatro Metropolitan di Palermo, "Promemoria - 15 anni di storia d'Italia ai confini della realta". Può far sorridere l'idea di dover ricorrere alla memoria dopo un periodo di soli 15 anni, un semplice istante nella storia di una nazione, eppure, in tre lustri il Paese è cambiato profondamente. Ed è proprio del nostro passato recente che il polemico cronista vuole parlare nel suo spettacolo teatrale. Con l'aiuto delle musiche originali di Valentino Corvino e Fabrizio Puglisi, che stanno lì a evocare, provocare e seguire le sfumature di un racconto che sarebbe comico se non nascondesse, secondo l'autore, una tragedia imminente.
Perché questa voglia di raccontare questi 15 anni di storia italiana? Non le bastava la sua attività giornalistica?
Se fosse dipeso da me la mia attività professionale bastava e avanzava. Ma mi è stato stato chiesto dai produttori di PromoMusic che avevano già organizzato e allestito degli spettacoli teatrali di racconto, di ricostruzione, con Piergiorgio Odifreddi per quanto riguarda la matematica e la logica, con Margherita Hack per l'astronomia, e avevano avuto un ottimo seguito. Mi hanno dunque chiesto di fare la stessa cosa con la storia degli ultimi anni. Io ho resistito un po' perché non credevo che la gente sarebbe stata interessata. Ma il pubblico ha apprezzato e abbiamo fatto una dozzina di repliche, prima in città più piccole e poi 3 serate a Torino e una a Bologna. Il risultato è stato entusiasmante: tutto esaurito con largo anticipo e sempre con molta gente che non riesce a entrare. Tutto ciò dimostra che avevano ragione loro e io torto. È il segno che anche il pubblico teatrale avverte una certa fame di memoria e di informazione. Inoltre lo spettacolo tende ad allungarsi perché le cose continuano a succedere.
Non si è trattato per lei di tentare strade nuove, più personali o semplicemente diverse da quelle intraprese finora?
No. Io non ci avevo proprio pensato. Lo hanno fatto invece i produttori che mi hanno quasi costretto. Penso che quando c'è da dire cose che ritieni importanti e che la gente ti segue, è una grossa soddisfazione. Inoltre è un modo per occupare un altro piccolo spazio, per usare un altro genere oltre a quello della carta stampata, della televisione o di internet. Non bisogna dimenticare i teatri.
È curioso, lei ripercorre 15 anni di storia italiana, un periodo tutto sommato molto breve nella vita di una nazione. Perché c'è questo bisogno di memoria?
Ma è evidente. Semplicemente perché la memoria tende a essere cancellata, resettata, azzerata, sconvolta, revisionata o ribaltata.
Pensa che sia possibile in così poco tempo?
Ogni tanto penso a com'era questo Paese quindici anni fa, quando perfino Berlusconi per vincere le elezioni, doveva fare finta di stare dalla parte di Mani Pulite e contro la mafia. Quindici anni dopo, con un lavoro capillare e quotidiano di bombardamento mediatico, è riuscito a vincere le elezioni dicendo quello che pensa: "Viva Mangano e abbasso Mani Pulite".
Ma è proprio convinto che basti essere proprietario di media per essere in grado di condizionare il voto dei cittadini? Non le sembra di essere troppo indulgente davanti alle reali possibilità del mezzo?
Bisogna essere proprietario di media e usarli come ha saputo farlo lui. La televisione è capace di cambiare la testa dei cittadini e di conseguenza le loro intenzioni elettorali. Altrimenti quindici anni fa Berlusconi ci avrebbe detto subito che andava in politica perché Mangano è un eroe e Di Pietro gli fa orrore. Se l'avesse fatto quindici anni fa non avrebbe preso un voto. Invece ora prende i voti dicendo esattamente quelle cose lì, segno che gli italiani hanno cambiato la propria opinione.
Come si potrebbe definire lo spettacolo che sta facendo ora? Un documentario, una messa in scena simile a quelle fatte da Paolini o cos'altro?
Guardi, francamente non saprei trovare definizioni per ciò che sto facendo. Paolini è un attore, ci mette non soltanto l'affabulazione ma anche la fantasia. Io invece mi limito a starmene seduto su un cubo bianco e a raccontare in sette quadri i momenti topici degli ultimi quindici anni della storia italiana. E poi ci sono due musicisti molto bravi che dal vivo eseguono delle musiche da loro stessi composte.
Ha avuto modo di parlare con la gente alla fine di ogni spettacolo? Cosa diceva, come commentava lo spettacolo?
Sempre, perché io esco subito e ne trovo sempre tanti che stanno lì per dirmi cosa pensano dello "show". Ciò che li colpisce di più è la gravità di quello che viene detto, la comicità di questi fatti perché è uno spettacolo dover si ride molto e soprattutto i collegamenti.
E cioè?
Se metti in fila in ordine cronologico i fatti, si riesce a dare un senso compiuto a delle cose che prese isolatamente fatichi a inserire in un contesto e a spiegarle. Ma se i fatti li vedi tutti l'uno accanto all'altro riesci a cogliere la loro grotesca e tragicomica coerenza.
Che ruolo ha la musica in questo spettacolo? È stata composta per dare un po' di respiro agli spettatori e al narratore oppure ha una sua leggitimità?
Gli spezzoni musicali sono stati composti dopo la stesura del mio testo. Inoltre sono stati via via modificati per essere più aderenti al testo che poi viene raccontato. La musica serve per introdurre, per accompagnare e per sottolineare determinati sentimenti che il testo trasmette.
La domanda è scontata ma gliela devo fare. Ha partecipato al secondo V-Day di Grillo? Com'è andato? Aveva senso fare questa manifestazione o era già stato detto tutto nella prima?
Sì, c'ero anch'io ed è stata una giornata fantastica. Aveva un senso perché la manifestazione aveva un obiettivo nuovo: liberare l'informazione dal tallone della politica e del conflitto di interessi. L'obiettivo era molto preciso: raccogliere firme per i tre referendum. Di solito per raccogliere 500mila firme i promotori si svenano per tre mesi e alla fine ci arrivano con fatica. Questa volta si è raccolto un milione di firme in un giorno e mezzo. È un fenomeno piuttosto interessante se penso a quanti fiumi d'inchiostro vengono dedicati a referendum che faticano ad arrivare a 500mila firme e al pochissimo spazio che è stato riservato a un evento che in un giorno solo è riuscito in ciò che ad altri riesce a stento in tre mesi. Questo la dice lunga sul fatto che Grillo ha toccato evidentemente un nervo scoperto. Perché altrimenti non si sarebbe fatto tutto questo cancan se non si fosse andati a toccare il nodo dell'informazione, del conflitto d'interessi, del monopolio del presidente del Consiglio sulla tv privata e del controllo del presidente del Consiglio sulla televisione pubblica.
Ma non pensa che la campagna di Grillo abbia il fiato corto? Cavalcare l'indignazione della gente va bene ma poi?
Ma queste sono le solite stronzate che si tirano fuori quando si vuole distrarre l'attenzione generale dalle cose fondamentali e si va a parlare del contorno. Non volendo parlare del problerma che è stato messo a fuoco venerdì, si insiste su fatti secondari. È un modo come un altro per depistare l'attenzione del pubblico. Per fortuna che ciò che resta sono i milioni di persone che, o perché erano in piazza o perché seguono i blog, sono molto più sensibili a un tema fondamentale per la nostra democrazia. Queste persone parleranno e convinceranno altra gente e questo tema entrerà nell'agenda della politica proprio nel momento in cui la politica aveva deciso di rimuoverlo, non solo da parte della destra ma anche di Veltroni. Grillo ha la capacità di incidere sull'agenda e sulle priorità della società e quindi della politica e dell'informazione, che altri non hanno. Penso che Grillo si stia rendendo molto utile.
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