C'è una strana equazione - inversa - che pare sussistere nel mondo dello spettacolo: più una showgirl è realmente
brava, preparata e reduce da anni di gavetta e meno risulta essere presuntuosa e arrogante, ma al contrario molto più gentile e disponibile di tante prezzemoline televisive. Misteri dello show business. Jessica Polsky è uno di questi casi:
solare, alla mano, chiacchierona; calca i palcoscenici dall'età di tre anni, vanta tournée teatrali a
Broadway ed esperienze come direttrice artistica di produzioni teatrali di prim'ordine. Eppure, quando la cerchiamo per un'intervista, si rivela di una gentilezza e
disponibilità più uniche che rare.
Jessica è stata definita "l'americana più amata dagli italiani", ha vinto un premio come "migliore attrice della stagione in una serie televisiva italiana", ma per tutti noi è diventata famosa come la responsabile della formazione interna di "Camera Café".
Jessica Polsky ha 26 anni, arriva dal Texas e quella che doveva essere una breve intervista legata al premio consegnatole dall'Accademia del Telefilm si trasforma in una confessione a 360° su vita, lavoro e "miracoli" che, a detta sua, l'Italia continua a regalarle.
Ci parli di questo premio vinto?
È stato per me un onore e un regalo tanto inaspettato quanto gradito. L'Accademia del Telefilm si propone di promuovere
programmi italiani originali. In un momento in cui i format televisivi che vanno per la maggiore sono soprattutto stranieri, è un tentativo di spingere e
valorizzare i prodotti nazionali. Già in primavera tutto lo staff di "Camera Café" aveva ricevuto un premio come migliore sit-com italiana e l'emozione e la soddisfazione erano state immense; immaginiamoci con questo secondo riconoscimento, addirittura individuale. "Camera Cafè" è un programma talmente
innovativo e originale, con un cast composto interamente da veri professionisti, attori con alle spalle anni di preparazione e studio. Per me non può che essere un onore farne parte e ricevere un riconoscimento del genere. Premio che, se potessi, dividerei con ognuno di loro compreso il regista
Christophe Sanchez che mi ha voluta e ha creato un personaggio su misura per me. Basti pensare che ogni "carattere" del programma ha un suo gemello nel format originale, che è francese. Solo il mio è nuovo, tanto che si chiama come me, Jessica.
In "Camera Café" quanto c'è di improvvisazione?
Personalmente non me la sento di improvvisare, perché non essendo di madre lingua italiana ho paura di stravolgere il senso delle battute.
Luca e Paolo, invece, talvolta lo fanno. Ma loro sono unici, dei veri professionisti, altro che "comici", come vengono talvolta definiti. Sono
attori di primo livello, a 360°. Una giornata di registrazione con loro vale quanto frequentare l'Accademia d'arte drammatica. Quello che si vede in televisione e che magari sembra frutto di improvvisazione, è in realtà il risultato di una elaborata preparazione.
Esiste un programma simile in America?
No, come già detto il format originale è
francese e ha avuto talmente tanto successo che è stato esportato in circa 20 Paesi nel mondo: Polonia, Francia, Grecia, Germania e altri ancora.
C'è molto affiatamento tra di voi?
Assolutamente, siamo molto uniti. Registriamo per tanti giorni di seguito e questo è un programma talmente particolare, con questa novità della
camera fissa. Io ballo e recito dall'età di 3 anni, ma una cosa del genere è diversa da tutto ciò che ho fatto prima. Ovvio quindi che se non ci fosse
feeling, se non ci trovassimo oltre che artisticamente anche umanamente, non ce la potremmo fare e i risultati non sarebbero così positivi.
Da cosa nasce questa passione per l'Italia?
È stato insieme un colpo di fulmine e una casualità. Mi stavo laureando in "performing arts" all'università di Tucson, in Arizona - in America esiste il corso di laurea in spettacolo - , e poiché recitavo e danzavo da quando ero piccolissima avevo inevitabilmente trascurato alcuni aspetti della mia adolescenza. A un certo punto ho sentito il bisogno di
staccare e conoscere, immergermi in una cultura completamente diversa dalla mia. Ho preso uno zaino,
100 dollari (nemmeno cambiati in lire) e il primo aereo per l'Italia. Mi sono sistemata a
Firenze dove ho studiato per 8 mesi in un centro linguistico. Così, quando sono tornata in America, ho deciso di non buttare via tutto quello che avevo imparato e ho preso, insieme a quella in spettacolo, una seconda
laurea in letteratura italiana.
E poi?A quel punto mi ero definitivamente innamorata dell'Italia, avevo lasciato anche molti amici, tanto che appena potevo prendevo l'aereo e tornavo. Ho girato il vostro Paese in lungo e il largo, facendo l'
autostop, dormendo negli
ostelli (che adoro, e se riesco li frequento tuttora, perché sono un ricettacolo di umanità incredibile) e anche in stazione. Poi però sono tornata a New York, ho iniziato a fare provini per spettacoli a
Broadway.
E finalmente...Qui è intervenuto il
destino, perché sono sempre stata presa per spettacoli di produzioni estere, che mi portavano a lunghe tournée in Europa. Poi, due anni fa, di nuovo il caso: il regista Tato Russo mi ha chiamata in Italia per affidarmi la
direzione artistica del musical: "I promessi sposi". Da quel momento non me ne sono più andata. Hanno inziato a conoscermi, a propormi cose interessanti, prima la partecipazione a "Striscia la Notizia", poi appunto "Camera café".
E adesso anche un miniprogramma tutto tuo al Festivalbar?
Sì, un altro
regalo bellissimo che l'Italia mi ha fatto, una conduzione tutta mia. "Anteprima Festivalbar" non è come presentare un programma musicale, ma molto più complesso. Ti porta a stabilire un rapporto più intimo con i cantanti che intervisti, a stabilire necessariamente un feeling; a interpretarne umori e stati d'animo così da capire quali domande puoi fare e quali no.
È vero che lancerai presto una tua canzone?
Sì, ma questo progetto esula completamente dal discorso Festivalbar: sono mesi che sono in studio di registrazione, da prima che mi proponessero la conduzione di "Anteprima".
Cosa pensi del proliferare dei reality in Italia? Anche in America è così?Nel mio Paese è molto diverso. Anche se è proprio lì che sono nati i vari "Grandi Fratelli" e "Survivor ", c'è una differenza sostanziale: in America i protagonisti dei reality sono famosi come lo possono essere quelli dei
quiz televisivi. Anche quando vincono acquistano una celebrità immediata ma
passeggera. Nessuno si sognerebbe mai di proporre loro fiction, film o programmi da condurre, né di inserirli nel mondo dello spettacolo. Questo perché da noi i
sindacati dello spettacolo sono fortissimi: c'è quello dei film, dei telefilm, persino dei doppiatori. Ma hanno una
regolamentazione molto ferrea, per entrarci devi dimostrare di saper davvero cantare, ballare o recitare. Funzionano insomma da
filtro notevole.
Poche chance per i Tariconi e le Floriane quindi...Se non fai parte di nessun sindacato, non lavori. Ecco perché la vittoria di un reality non rappresenta necessariamente un lasciapassare per il mondo dello spettacolo. Io ho amici che sono attori bravissimi, con alle spalle anni di gavetta e studio e che si ritrovano disoccupati perché il loro posto lo ha preso il primo reduce da un reality che passa. Con questo non voglio assolutamente avere un atteggiamento denigratorio nei confronti del genere. Quello che non trovo giusto e che mi spaventa è questo
strapotere che hanno assunto. Dobbiamo invece saperli "controllare". L'eccesso è sempre sbagliato.
Ma se ti chiedessero di partecipare a uno di essi?
Lo hanno già fatto tre volte. L'ultima proposta mi è arrivata una settimana fa. E anche se con uno solo di loro mi sarei sistemata alla grande, sento che non è la mia strada, non è quello che voglio fare.
Progetti per l'estate? Troverai il tempo di andare in vacanza?
Sto vagliando alcune proposte a Broadway, altre molto interessanti qui in Italia. E siccome il vostro Paese mi sta facendo dei regali bellissimi, forse è giusto che per il momento stia qui. Intanto non farò vacanze vere e proprie, ma qualche week end qua e là.
È vero che sei in pole position per un calendario?Questo per me è un grosso handicap mentale, da superare. In America c'è una divisione molto marcata tra la professione di modella e quella di attrice, per cui se quest'ultima si presta a fare un calendario in vesti succinte perde
credibilità e non sarà mai più chiamata da registi di un certo livello. So che qui in Italia non è così, e probabilmente siete più "avanti", ma io non riesco ancora a metabolizzare questa cosa e a riuscire ad accettare le proposte che comunque arrivano, per la paura di compromettere la mia carriera. Anche perché se un calendario, se pur divertente e sicuramente remunerativo, dovesse in qualche modo intaccare la possibilità di essere chiamata per film d'autore, non avrei la minima esitazione a rifiutare.
Sei innamorata?Sono felice...
Che rapporto hai con la rete?Ho un
sito che ho personalmente ideato e disegnato, al quale tengo molto. C'è anche un indirizzo personale dove i fan possono
scrivermi, cui rispondo personalmente. Ti chiederei un favore: se potessi menzionarlo nell'intervista, perché ultimamente in rete sono uscite cose poco carine su di me, assolutamente non autorizzate, e chi fa ricerche con il mio nome rischia di venirvi indirizzato.
Detto fatto:
jessicapolsky.com. Come si fa a dire di no all'americana più amata dagli italiani?
Sara Gambèro