E quando smette di piovere che succede?
Noi il sole lo vediamo sempre, è la filosofia delle nostre canzoni. Abbiamo una grande risorsa che è il valore della memoria. L'abbiamo cantato in Chiedi chi erano i Beatles. Questo ci permette di essere più ottimisti di chi ha la memoria corta.
Quindi c'è speranza?
Sempre. Abbiamo i nostri punti di riferimento incrollabili che sono i Don Ciotti e i Don Gallo. Sono loro i nostri Noè.
E dove te la immagini quest'Arca che ci salverà, per rimanere nella metafora?
La nostra Arca sono loro. I personaggi che la Chiesa lascia in panchina e che però quando entrano in campo fanno gol e fanno far bella figura a tutta la squadra. Don Gallo del resto mi dice spesso che è in disaccordo col suo commissario tecnico.
Vasco Rossi è tornato a scrivere per gli Stadio dopo dieci anni. Come funziona questa "premiata ditta" come la chiama lui? Che compagno di viaggio è?
È il mio amico del cuore, una delle gioie della mia vita. Il mio riferimento. Sa essere critico quando è giusto e affettuoso e complice quando serve.
Un altro arcobaleno dopo il diluvio?
Assolutamente sì. Poi dopo la sua decisione di cantare al concerto del Primo Maggio sono ancora più orgoglioso di essere un suo amico e un suo fan. È importante andare a cantare in questo momento a San Giovanni.
Sbaglio o questa volta avete affrontato i temi sociali con un'urgenza particolare?
Non sbagli. Ormai siamo a un livello in cui non si può star zitti. Ci sono angosce e paure che bisogna affrontare. Io sono molto arrabbiato. E infatti stavolta, anche musicalmente, le canzoni si sono messe al servizio degli Stadio e non viceversa come succedeva di solito.
Parliamo dell'altra costante delle vostre canzoni: l'amore. Come siamo messi?
Qualche botta di ottimismo arriva da lì. Quando cantiamo Un pensiero per te diciamo: tieniti stretto quello a cui tieni perché magari può venir buono in un momento come questo. Siamo pieni di cose che non usiamo, di Mp3 di canzoni che non asoltiamo. Il diluvio universale deve servire anche a questo: a fare scelte che ci rendano migliori.
Da veterano della musica non posso non chiederti un giudizio sui talent show musicali. Parto da un dato di fatto: Marco Carta ha vinto Sanremo, che segnale è per chi fa il tuo mestiere?
Io a Sanremo arrivavo ultimo. Vengo da un'altra storia, da un altro percorso. Ma non vuol dire che quello che fanno questi ragazzi non vada bene. Io ne conosco tanti che però vogliono fare il mio, cominciare dalle cantine e costruirsi una credibilità macinando chilometri, salendo su tutti i palchi a disposizione. Diciamo che diventano famosi prima di dimostrare che siano bravi. Sono dei boccioli di rosa, come li chiama la Nannini. Bisogna aspettare che sboccino. Viviamo in tempi televisivi del resto.
Tempi di forma e non di sostanza?
Mi sembra che si diventi un po' tutti di carta. È il prezzo da pagare e lo paghiamo anche noi quando ci andiamo. Anzi, pagavamo. Io adesso preferisco non andarci e me ne sono fatto una ragione.
Una botta di romanticismo. La senti ancora, dopo quasi trent'anni, la morsa allo stomaco quando sali sul palco?
Quando non la sento più... smetto.