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Irene Bignardi: voglio tornare a casa - Dopo cinque anni di duro e appassionante lavoro a Locarno è tempo di dedicarsi un po' a se stesse

Irene Bignardi: voglio tornare a casa

Notizia del 19 agosto 2005 - 08:42

Dopo cinque anni di duro e appassionante lavoro a Locarno è tempo di dedicarsi un po' a se stesse

Già solo dal modo in cui parla del suo lavoro si capisce immediatamente che Irene Bignardi è una donna appassionata, vitale e piena di energie. Un modo di essere che ha riversato completamente nel lavoro di inviato speciale e critico cinematografico de La Repubblica, di scrittrice ("Ieri, oggi, domani, cent'anni di cinema italiano", "Il declino dell'impero americano, 50 registi e 101 film", "Memorie estorte a uno smemorato, vita di Gillo Pontecorvo", "Le piccole utopie", solo per citare alcuni dei suoi libri), di insegnante (Storia del Cinema al Clast di Venezia) e di direttrice di festival: dal 1986 al 1989 il MystFest - l'International Film Festival del Film Noir, e dal 2000 a oggi il Festival Internazionale di Locarno, il secondo al mondo per nascita (1946, dopo Venezia) la cui direzione dall'anno prossimo passerà nelle mani di Frédéric Maire.

Quali sono le ragioni della scelta di lasciare la direzione di Locarno?
Il motivo di questo saluto al Festival è la grande stanchezza, fisica, niente altro. E visto che me lo posso permettere, grazie al cielo, dopo 40 anni, di smettere di lavorare, smetto. Perché penso che non potrei fare niente di meglio a Locarno. Perché ho bisogno di recuperare la mia vita, i miei affetti, la mia casa e tutte quelle cose che questa esistenza, sempre in giro per aeroporti, mi nega. Non voglio morire in scena come Molière, non voglio morire in un aeroporto come Vásquez Montalbán. Voglio tornare a casa

È un caso che la squadra con la quale ha lavorato in questi 5 anni è quasi tutta al femminile?
Sì, ci sono pochissimi uomini. E no, non è tanto un caso. Cioè è un caso nel senso che prima di me c'era un direttore maschio, Marco Müller, e c'erano già delle collaboratrici femmine. Poi è arrivata una figura molto visibile, la "Polena", che sarei io, che ne ho imbarcate delle altre. E devo dire che ho imbarcato delle donne un po' per affinità di sensibilità, se vogliamo, ma anche perché ho scoperto sulla mia pelle che le donne lavorano molto di più, in maniera molto più generosa, che non impongono i ruoli nella maniera dura in cui li impongono gli uomini, che cioè hanno delle frange di tempo e di generosità nei confronti del lavoro che altrimenti non si avrebbero.

Ed è stata una collaborazione fruttuosa?
Noi siamo tutte molto amiche. Litighiamo, perché evidentemente sarebbe andare sul burro e noi invece dobbiamo creare delle cose attraverso la discussione. Siamo adulte e siamo tutte molto donne, nel senso che tutte abbiamo una nostra vita, ma abbiamo lavorato insieme in maniera appassionata, nello spreco di noi stesse. Anche in maniera un po' folle, devo dire. Nel senso che per esempio io ho una mia collaboratrice che è la mia assistente e che è come se fosse mia figlia, ma che io vedo lavorare, purtroppo, anche 15 ore la giorno. Cosa che non permetterei mai a mia figlia, ma a lei non posso dire di non farlo per due ragioni: uno perché è utile che lo faccia e due perché lei non lo farebbe, intendo lavorare di meno.

La tanto decantata crisi del cinema colpisce anche i Festival?
Sì, abbiamo dovuto lavorare di più, quest'anno. Abbiamo dovuto esplorare molte più aree, molte più cose perché è un anno, secondo me, un po' pigro, in cui il cinema, quello tradizionale, quello da sala intendo, sta battendo un po' il passo, mentre invece abbiamo trovato cose molto interessanti in tutte le zone di confine: in altri formati, in altre lunghezze, in altri modi di fare cinema, e lì c'erano cose molto più interessanti.

Forse è perché il cinema si sta evolvendo verso forme diverse da quelle tradizionali?
Sì, forse perché il cinema si sta evolvendo e quindi quello tradizionale non sa far altro che ripetersi: l'ho visto al Sundance (Sundance Film Festival, creatura di Robert Redford, ndr), dove non c'erano opere interessanti, salvo questo "Nine Lives" di Rodrigo Garcia che è molto bello (e non a caso si è aggiudicato il Pardo d'oro a Locarno, ndr), l'ho visto vedendo tutti i film italiani dell'anno dove, a parte alcuni, pochissimi, erano davvero deludenti, almeno quelli che abbiamo visto noi

Il problema del cinema è, quindi, in realtà un problema di autori che si ripetono?
Sì è un problema di autori, che si ripetono anche prima di essere autori, questo è il guaio. Ci sono dei film che cercano di rimodellarsi su dei modelli, magari un tempo interessanti, che però ora non lo sono più. Io prima ho citato l'Italia perché siamo qui, ma la stessa cosa vale anche per la Francia. C'è una tale mancanza di idee che viene davvero da pensare se il problema sia effettivamente una carenza di o se al contrario c'è una sovrabbondanza di soldi per cui vengono dati in giro troppi soldi, appunto, prima di valutare effettivamente la qualità dei progetti.

E dopo l'addio a Locarno a cosa si dedicherà?
Scriverò per La Repubblica come ho sempre fatto, riprenderò a insegnare all'Università di Venezia come ho già fatto. E per il resto del tempo che spero sia tanto farò ginnastica mi occuperò del mio ginocchio che mi fa male e di tutte quelle cose che in questi anni non ho potuto curare perché il lavoro per un festival come Locarno è davvero debordante, massacrante, anche molto divertente e allegro, ma che non ti lascia mai un minuto. Ora è tempo di dedicarsi un po' a se stesse.

Alice Voltolina

 

 
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