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Recitare, facile come vivere

Notizia del 10 ottobre 2010 - 10:00

Dopo Salvatores e Aldo, Giovanni e Giacomo, Antonio Catania è protagonista della fiction "Ho sposato uno sbirro 2" e lo vedremo presto al cinema. Nell'intervista ricorda Pietro Taricone: "Una persona meravigliosa"

di Daniele Passanante

Beccato per telefono al volo prima che andasse a girare su un sidecar in quattro con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e Bob Messini, Antonio Catania è uno degli attori cardine del cinema italiano. Sulle scene teatrali e cinematografiche da più di vent'anni è ora il terzo protagonista della fiction tv "Ho sposato uno sbirro 2" insieme a Flavio Insinna e Christiane Filangieri (12 puntate, 24 episodi). Durante l'intervista si è fermato un attimo, ha dato un'occhiata ai dati degli ascolti e ha commentato: «Beh, è andata bene, ci siamo avvicinati molto ai Cesaroni». Ora è impegnato sul set di "Bar sport", che si gira a Sant'Agata Bolognese, tratto dal libro di Stefano Benni e ha in uscita a dicembre "Agata e Ulisse" per la regia di Maurizio Nichetti, a fianco di Elena Sofia Ricci e "Boris il film". Attore per Gabriele Salvatores con il quale ha debuttato nel 1987 in "Kamikazen, ultima notte a Milano", Catania era anche nel mitico cast da Oscar di "Mediterraneo", poi ha lavorato con Aldo, Giovanni e Giacomo. È sposato con Rosaria Russo e insieme a lei ha un figlio, Mattia. Proprio con la moglie Rosaria ha lavorato fianco a fianco nella fiction di Raiuno.

Intanto com'è lavorare insieme alla propria moglie?
È una cosa un po' strana, sei in apprensione per lei. Non dai consigli perché puoi essere travisato, allora non intervieni, però è divertente, mi piacerebbe succedesse più spesso.

Grande periodo di lavoro questo… Ce ne parla un po'?
Sono stato fortunato nel senso che ho lavorato abbastanza ultimamente e ho avuto delle proposte interessanti. Le ho accettate, per quanto si siano un po' accavallate. È stato un periodo in cui la commedia ha avuto molto spazio. Certo, è un momento questo in cui si va più verso il fotoromanzo, il pubblico pare si sia un po' stancato della commedia, preferisce di più i reality o magari il romanzo d'appendice. Io comunque mi diverto molto quando faccio la commedia anche grazie ai colleghi bravi con cui ci si riesce a divertire insieme.

Ha scritto sul suo sito internet che "un attore è sempre un attore, con Vanzina o con Antonioni". Ci spiega perché?
Tutti facciamo lo stesso lavoro, abbiamo a che fare con le emozioni sia davanti alla macchina da presa o davanti al pubblico. Abbiamo tutti gli stessi problemi quando ci misuriamo coi dettagli del nostro mestiere. Magari c'è quello che se la tira di più perché fa dei lavori impegnati, poi l'anno dopo te lo ritrovi nella commedia farsesca. Come ha detto Giancarlo Giannini, siamo dei buffoni, nel senso buono del termine, perché tutto sommato siamo al servizio del divertimento, delle emozioni. Non siamo dei cardiochirurghi, il nostro campo è quello dello spettacolo che – per carità – è una cosa seria, non una buffonata, ma non dobbiamo dimenticarci che il nostro settore è quello. Darsi troppa importanza è una cosa che io considero sbagliata, ti pone fuori dal coro, stare sul pulpito è sempre fuori luogo. Quindi rispetto per tutti. Poi puoi avere delle preferenze, ma in ogni caso il rispetto non può mai mancare. Lo stesso Pasolini ha usato Totò, quindi...

Nel cast di "Ho sposato uno sbirro 2" c'è anche Francesco Arca, ex-tronista. Non vogliamo sapere come se l'è cavata, ma in generale cosa ne pensi degli attori improvvisati, di quelli che arrivano alla recitazione da trasmissioni tv o reality?
Se fossero tutti come Francesco sarebbe fantastico. Una persona molto simpatica, solare, modesta, uno che è arrivato in punta di piedi e a poco a poco è riuscito pure a migliorare e a imparare. Uno che farà questo lavoro bene. Anni fa ricordo con Massimo Martelli che era appena uscito dal grande fratello Pietro Taricone e faceva una piccola parte. Qualcuno storceva pure il naso. Conoscendolo, era una persona meravigliosa. Avere questi giudizi, questi preconcetti che poi vengono fatti un po' di rimbalzo, da quello che si legge sui giornali, dall'immagine che hai dalla tv, che è sempre un po' distorta, è sbagliato. Se hai uno di fronte che è ricettivo che ti risponde, che ha delle capacità, benissimo. Devi giudicare su questo, sulla voglia che hanno di mettersi in gioco. Recitare poi non è che sia particolarmente difficile, anche i bambini lo sanno fare. È piuttosto una questione di timidezze e di nevrosi che ti impediscono di essere naturale, ma se ti ricordi come fai quando vivi è facile. Essere onesti con se stessi è la prima cosa per recitare bene.

Qual è il tuo film più bello?
Spero che sia quello che devo ancora fare.

Che cos'è, una citazione dal poeta turco Hikmet?
(Sorride - ndr) "Mediterraneo", non solo per l'Oscar, ma per i luoghi e per l'atmosfera irripetibile. Eravamo noi, ritrovati sempre insieme in altri film. Quello forse rimane il più bello.

E quello più brutto?
C'è l'imbarazzo della scelta (ride - ndr). Ma non lo dico perché poi offendo le persone che hanno lavorato con me, però ce ne sono.

Le fiction hanno dato un po' di respiro al lavoro degli attori, ma con i tagli alla Cultura è un vero disastro per il mondo del Teatro e del Cinema italiano. Che fare?
Bisognerebbe rimboccarsi un po' le maniche e visto che i progetti diminuiscono, cercare di farne di nostri in modo che si possano avere delle idee in più. Vedo che Diego Abatantuono si è messo a fare la regia, ha messo in cantiere un progetto di film, qualcuno si è messo a scrivere, qualcunaltro mette in piedi operazioni per poi fare semplicemente l'attore. In questo momento bisogna aumentare gli sforzi. La fase in cui si poteva stare tranquilli e aspettare le telefonate è finita. Bisogna essere propositivi. Ci sono tanti attori giovani a spasso, per loro e soprattutto per le attrici è molto più difficile perché i ruoli sono pochi. In Italia c'è questo sistema in cui i ruoli vengono assegnati non certo per meritocrazia.

In "Il Caimano" di Nanni Moretti hai interpretato un dirigente Rai. Che aria si respira dietro le quinte delle fiction italiane?
Mah, diciamo che non ho contatti di vertice, ho sempre contatti con dirigenti intermedi. Quelli ovviamente si arrabattano, cercano di fare il bene del film, il bene della produzione, l'interesse del pubblico, un po' quello loro. Diciamo che alla fine siamo sulla stessa barca. Poi ci sono delle logiche che arrivano dall'alto che non concepisci. I dati di ascolto che dettano legge, i palinsesti fatti in maniera strana, favoritismi dei produttori, tutte cose di cui non conosco i meccanismi. Si possono intuire, ma è un mondo che non conosco.

Di recente è andata in onda "Il peccato e la vergogna" la fiction con Gabriel Garko e Manuela Arcuri, definita dai critici scadente. Eppure è stato un successo in termini di ascolti. Perché la gente guarda qualsiasi cosa, anche le schifezze?
Ma io non sono d'accordo che sia una schifezza. Una volta c'erano le cose di cappa e spada che appassionavano il pubblico meno esigente. La tv entra nelle case e quindi si rivolge anche a quel pubblico. La contromossa è fare una cosa diretta a un pubblico ampio, ma di qualità. Nel caso specifico, semplicemente hanno il monopolio del romanzo d'appendice. Adesso quando vedi questo tipo di prodotti, li guardi in maniera completamente disincantata, come leggere un fumetto. Finché ci sono numeri che un po' ragione gli danno... Se no, facciamo soltanto "Heimat"! Certo, una rete tv dovrebbe occuparsi di queste cose più di qualità. È quello lo scandalo: che non hai alternative.

L'anno scorso era in scena con Marina Massironi in "Sottopaga non si paga" la Commedia di Dario Fo scritta nel ‘74 ma straordinariamente attuale perché è un testo tragicomico sulla crisi. Ci parla di questo lavoro?
È stata una specie di università della comicità perché lavorare a fianco di Dario Fo che ti segue, che fa la regia, che ti dà la battuta, che fa il drammaturgo in scena è stata un'esperienza unica. Però è stata un po' boicottata dai giornali. Il pubblico c'era, poi andavamo in posti in cui, anche al debutto, non esisteva il nome di Dario Fo da nessuna parte o c'erano proteste da parte di politici locali leghisti che facevano interpellanze in consiglio comunale. Il boicottaggio ha nuociuto al nostro cartellone. Abbiamo fatto molte città girando tutta l'Italia, ma in molti posti non ci volevano. Questa è stata una cosa che non mi aspettavo. Lo spettacolo di Dario Fo parlava delle difficoltà di una famiglia di operai nel fare la spesa, vivere, una cosa molto attuale. E poi è uno spettacolo comunque molto divertente. Buffo quando tra il pubblico c'erano Fo e Rame a guardarci, a rivedersi e a pensare a come potevano essere loro anni prima. Noi eravamo molto diversi da loro per forza di cose. Quello è stato l'ultimo spettacolo teatrale, perché in questo momento il teatro è un po' lontano per queste difficoltà che ci sono. Si è costretti ad avere a che fare con amministrazioni e teatri che hanno logiche un po' clientelari. Tranne alcuni teatri, quasi è meglio il privato del pubblico. Ora devo andare. Stiamo per girare una scena su un sidecar in quattro con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e Bob Messini.
 

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