di Lorenza Provenzano
Centosettantamila copie già prenotate e una scommessa autarchica che già profuma di vittoria questa di Renato Zero, che torna ai sorcini di ieri e di oggi a quattro anni dall'ultimo album Il dono, con Presente, disco interamente autoprodotto che propone ai fan in crisi d'astinenza una tracklist generosa di ben diciassette brani. Un ritorno alle ribellioni e ai furori della gioventù sia nelle modalità (già nel 1978 il cantautore romano aveva creato l'etichetta Zerloandia sotto la quale uscì l'album omonimo) che nei contenuti: Presente è un invito rivolto ai giovani - «salvatevi, datevi, unitevi, siete voi più che mai quell’ultima risorsa» canta ne L'incontro - e alle energie sopite di chi giovane non è più. Ed è un ritorno, questo di Zero, all'insegna sì del fai-da-te a 360° ma non solitario: al disco hanno collaborato Mario Biondi («Una persona che mi pare di conoscere da sempre») e Mariella Nava («Il suo guaio è che le donne pensanti come lei danno fastidio a questi stronzetti di uomini che non devono chiedere mai»). E nel cast del videoclip di Ancora qui, diretto da Alessandro D'Alatri, figurano molti artisti, da Manuela Arcuri ad Asia Argento e poi Paola Cortellesi, Leo Gullotta, Giorgio Panariello («L'imitazione gliel'ho perdonata - dice Zero - ma a chi mi fa il verso dico: "Trovate il vostro talento"») e infine Vittoria Puccini, Elena Sofia Ricci e altri ancora.
Il titolo, Presente, suona - oltre che come aggettivazione di una condizione esistenziale - anche come la risposta a un appello ideale
Sì, lo intendo soprattutto in questo senso, come un appello a rompere gli indugi e ad affrontare questa chiamata alle armi che ci interpella come professionisti o se si vuole come operai della musica. È un ruolo che sento molto in questo lungo inverno che ci attende e che ci spinge a stare tutti più vicini al caminetto. Ora è più che mai importante il contributo di noi artisti nell'andare dentro la vita a stanare gli assenteisti e i più esigenti. In ogni caso sono ottimista: al di là di quelli che va cercando Brunetta, ci sono italiani meravigliosi. Questo è per me anche un disco di maturazione, in cui volto pagina: una sorta di disperata contrapposizione a un'immagine mia del passato più gigionesca, tanto più essenziale ora che è giunto il momento di fare quello che la politica spesso ha disatteso: mettere nome e faccia dietro le proprie idee.
Album generoso, con una tracklist di diciassette tracce: scritte in un impeto di grande piena creativa o decantate nel corso degli ultimi quattro anni?
Diciassette brani sono tanti, sì. Ma anche i dieci di routine sono pochi! Il disco è molto nutrito anche perché autoprodotto ed è innegabile che quando si affronta un discorso interamente in prima persona svanisca la preoccupazione di combattere contro le pareti rocciose del sistema. Ho cominciato a scrivere nel maggio scorso e sono andato avanti per tutta l'estate: prima di quel momento ho attraversato un periodo di crisi e di instabilità emotiva in cui avevo difficoltà a prendere decisioni autonome e scrivere non era per me terapeutico. Quando poi tutto si è sbloccato e ho recuperato sicurezza e autonomia, ho scatenato tutta la mia felicità al pianoforte e alla chitarra, componendo senza sosta. Inizialmente trentacinque brani, ridotti poi a ventidue, e infine a diciassette: uno è rimasto sacrificato perché in un primo tempo sembrava dovessi stare entro i 74 minuti totali. Quando poi hanno rettificato era ormai troppo tardi. Quindi c'è in giro un orfanello di questo disco.
Perché, così desideroso di vicinanza col tuo pubblico, hai deciso di iniziare il tour solo in autunno?
Non volevo costringere nessuno a decidere tra disco e biglietto del concerto. E poi non amo le sovrapposizioni. Non solo. Volevo dare il tempo al pubblico di assimilare questo lavoro, di "mettersi in bocca" le parole dei miei testi.
Un disco, hai detto, che entra nei panni dei giovani: la prima traccia, Professore, recupera il senso del conflitto generazionale
Devo ammettere che avevo un certo pudore a parlare dei e ai giovani considerato che ormai sopravvivo alla mia ostinata primavera. Tuttavia non ho mai conosciuto il desiderio di appartarmi che si dice legato alla mia età, per cui penso di poter stabilire coi giovani un rapporto credibile. Mi pare che il mio disagio che è stato mio in gioventù si sposi ora con quello imbarazzante di queste generazioni, cui mentiamo dicendo loro che hanno tutto e che grazie alla tecnologia possono essere sempre in contatto col mondo in tempo reale. In realtà non facciamo altro che metterli a contatto con l'amara verità del loro non essere protagonisti di niente. L'unica soluzione mi pare sia quella di non lasciarli soli, a partire dalla famiglia. E farebbe bene anche alla scuola misurarsi con genitori più presenti.
Giovani e musica: come vedi le piazze televisive di promozione dei nuovi talenti?
Creano un interesse nei confronti della musica e questo è un indubbio merito. Inoltre i professori-giudici di questi reality sono professionisti di altissimo livello. Detto questo penso non si possano sbattere davanti alle telecamere ragazzini inesperti senza tener conto delle loro diverse sensibilità. Ora non dico che da noi possano accadere tragedie come quella del suicidio della fan di Paula Abdul (cantante e giudice del talent show Usa American Idol), però ricordiamoci che è pericoloso sottoporre dei ragazzi a pressioni psicologiche che non sono in grado di reggere.
La tua prima volta in video?
Uh, ho fatto almeno dieci anni di gavetta prima del mio debutto in tv! Facevo provini su provini e venivo sistematicamente rifiutato. Poi un giorno, grazie all'assenza di un dirigente di Rai Uno, Gianni Ravera trovò il modo di infilarmi in un programma: ricevette immediatamente una telefonata di fuoco dal suo capo. Poi, un quarto d'ora dopo, una successiva telefonata in cui il dirigente gli chiedeva: «Non l'avrai mica mandato via, quello? Fallo esibire ancora». Ed è stato così, grazie al gradimento del pubblico, che è iniziata la mia storia. Ora sono ancora qui, a fare questo mestiere all'antica, attraverso un porta a porta che non usa più. Oggi vanno di moda i messaggi globalizzati. Ma io continuo a pensare che sia sempre magico suonare a un citofono. Internet invece sì, che è una perdita di tempo.