di Sara Gambèro
Quante volte il cinema si è appropriato di aule di tribunali per mettere in scena, in forma ovviamente molto romanzata, storie di processi, battaglie giuridiche, lotte all’ultimo appello? Alcuni fra i film più belli della storia del cinema – i famosi legal thriller - hanno per protagonisti avvocati, imputati e giudici. Come dire che la giustizia è sempre stata molto amata sia dal pubblico che dai registi.
Ma nella relazione tra cinema e giustizia, quello che viene solitamente meno analizzato è l’aspetto speculare del rapporto: ovvero come e quando sia il cinema a finire in aula di giustizia e non viceversa.
Proprio da questo punto di partenza nasce l’idea del libro scritto da Luigi Gaudino, dicente di diritto privato comparato all’Università di Udine. Che in Cinema alla sbarra che si è “divertito” a raccoglire una serie di vicende in cui «il cinema – soprattutto nostrano – si è trovato a doversi difendere da accuse di vario tipo, avanzate da persone che si sono sentite, in qualche modo, colpite da ciò che veniva proiettato sullo schermo».
Perché la cosa curiosa è come proprio attraverso le prime cause cinematografiche ci sia stata una evoluzione del diritto, con l’elaborazione del cosiddetto diritto alla riservatezza e alla privacy o diritto di immagine.
Si parte dal film Caruso, di Giacomo Gentiluomo, del 1951, che nel raccontare la vita del celebre tenore, urtò la suscettbilità dei familiari che ritenevano la «pellicola lesiva dell’onore e del decoro del loro avo» e portarono il film in tribunale, sollevando per la prima volta il problema del diritto d’immagine e di riservatezza. Stessa sorte che toccò a film di Franceasco Rosi, del 1960, Salvatore Giuliano.
Seguono i numerosi casi di omonimia tra personaggi del film e persone viventi, che hanno dato origine all’annosa questione del diritto alla privacy. A partire dalla Romana di Luigi Zampa, del 1954, con Gina Lollobrigida, citato in giudizio da una donna che aveva lo stesso nome della protagonista del film, una prostituta. Stesso problema per La Contessa scalza di Mankiewicz, del 1954, con Ava Gardner e Humphrey Bogart, in cui la gitana al centro della storia si chamava come una contessa. Fino alla Grande Guerra, con il vero Giovanni Busacca alle prese con il suo doppio cinematografico intepretato da Vittorio Gassman.
È anche capitato che l’ominimia causa di problemi riguardasse non una persona ma un luogo, come nel caso di Persiane chiuse, del 1951, di Luigi Comencini. Dove la propriteria di una sala danze si intentò causa al film perché vi era rappresentato un locale, ritrovo di prostitute, con lo stesso nome del suo. Così come i titolari della Titanic Records di Milano citarono in giudizio Susanna agenzia squillo, di Vincent Minelli, del 1960, perché nel film veniva usata la stessa ragione sociale per indicare un organizzazione di allibratori clandestini.
E fanno quasi sorridere le ragioni per cui venne citato in giudizio, con l’accusa di offesa al pudore, Mamma Roma di Pasolini dai rappresentanti delle forze dell’ordine. Ovvero perché Anna Magnani a un certo punto intonava una canzone che diceva: «Fiore di merda». E successivamente in più di una occasione usava il termine "pisciare"; infine perchè sempre l'attrice «emetteva un rumore inarticolato spregiativo per indicare i farisei». In realtà, alla fine il giudice escluse in tutti i casi il reato di turpiloquio, archiviando il caso. Ma solo il fatto che il film fu portato in aula di tribunale per tali motivi fa capire quanto i tempi siano cambiati e in quarantacinque anni il linguaggio televisivo (e non solo) si sia totalmente trasformato.
Ed è capitato anche che sia stata una stessa protagonista del mondo del cinema, nella fattispecie Sophia Loren, a portare un film in tribunale. La pellicola in questione era Costa Azzurra, Il motivo il fatto che in una scena si vedeva l’attrice nell’atto di entrare in un palazzo di Cannes. Tale sequenza era stata ritenuta dalla Loren una «violazione dei suoi diritti d’immagine, sotto il profilo della riservatezza e dell’utilizzazione economica». Motivazioni che oggi, tempo dei vari Corona e dei fotoricatti, farebbero ridere. Eppure la Loren vinse la causa e la casa produttrice dovette eliminare la scena da tutte le copie del film. Proprio il caso di dire: come sono cambiati i tempi...