MUSICA

Ladro d'emozioni

Notizia del 15 gennaio 2009 - 15:00

Pacifico pubblica il suo quarto album, Dentro ogni casa: una mappa sentimentale di Milano all'inseguimento delle storie più intime e vere. E promuove Morgan: "X Factor fa bene a musica e autori"

di Emanuele Benvenuti

Come un ladro buono di emozioni, si è aggirato per Milano per mesi con un registratore in mano per spezzare la forsennata furia cittadina e fermarne su musica vizi, paure, incertezze e difficoltà. Un lavoro che Pacifico, cantautore in proprio e autore di brani per i migliori nomi della musica italiana (dalla Vanoni a Celentano, da Bocelli a Bersani), ha trasformato in 10 canzoni per l'album Dentro ogni casa, in uscita per la Sugar di Caterina Caselli il 16 gennaio, anticipato dal singolo Tu che sei parte di me con Gianna Nannini (nella Top 5 dei singoli in Italia) e accompagnato da un tour al via da Carpi il 6 febbraio.

Dentro ogni casa è il quarto album in otto anni: per fare musica ci vuole tempo?
Il mio primo album è del 2001: ho una carriera abbastanza tardiva come cantautore. In otto anni ho fatto quattro dischi, un tempo naturale, perché nel fare musica c’è un’esigenza artistica che richiede un po’ di riflessione – ed è un segnale interessante che uno non voglia buttare fuori la prima cosa che ha solo per soddisfare le esigenze commerciali – e poi ci sono delle difficoltà tecniche e contrattuali. Senza dimenticare che in questi anni ho scritto moltissimo per altri.

Parlando di contratti, è il primo album con Caterina Caselli
È stato “l’autore” a farci incontrare. All’inizio io scrivevo per altri per farmi conoscere e lei mi aveva contattato per lavorare con Bocelli. Dato che è il discografico per antonomasia, le ho chiesto dei consigli su un paio di brani che avevo già registrato e lei si è interessata e appassionata. A quel punto è iniziata una schermaglia, una specie di studio suo su quanto io ci credessi nel ruolo di cantante. Quando ha capito che sono silenzioso ma tenace, si è lanciata ed è stato un incontro bellissimo, molto franco, anche duro a volte. Io mi sono impegnato moltissimo, e lei ti ripaga con lo stesso impegno ed entusiasmo.

Come descriveresti il tuo album?
Sentimentale. Ma non nel senso del pop, dove scrivendo uso spesso i sentimenti più superficiali, zuccherosi e liberatori. Qui intendo i sentimenti nella loro accezione più labirintica, composita, non della “schiuma” del “ti amo e mi hai lasciato”. Addentrandomi nei rapporti di coppia – ormai ho 30 anni d’esperienza - ne ho viste tantissime e, andando a descrivere una mappa sentimentale come ho fatto in questi mesi come un cronista, registrando le persone che incontravo, ho raccolto tante tracce emotive. Che ho messo nel disco.

Scrivi che volevi avvicinarti il più possibile alle persone, seguirle con il taccuino in mano. E così hai fatto con un disco quasi neorealista , "zavattiniano"
Non ho voluto fare quadri sociali, piuttosto è una ricerca dentro le persone e dentro le loro case. Ho sentito questa necessità di confronto, dopo un album scritto in totale isolamento. Il “pedinamento della realtà” di Zavattini l’avevo visto in certe trasmissioni notturne di RaiTre e l’ho ritrovato, perché non volevo parlare solo di me, volevo cogliere dei dettagli nei quali scoprire che quel che scrivevo era più autentico. E, banalmente, osservando le case della gente, ho immaginato gli stati d’animo che c’erano dietro. Era un’esigenza un po’ “vampiresca” per rendere il disco più vivo.

Il disco è ambientato a Milano: è per questo che ci sono tante storie dure e ambientazioni sinistre?
(Ride, ndr) Ho voluto sottolineare che l’album è stato scritto a Milano. È la mia città, una metropoli ma anche una città italiana. Si vanta di essere il motore del Paese, ma senti che c’è sempre un isolamento, le persone che ci vivono sono lasciate un po’ a se stesse. E a un certo punto, invece di attraversarla il più velocemente possibile, ho sentito l’esigenza di coglierne i dettagli, ogni minuzia, per farne una fotografia composta da tanti piccoli dettagli. Perché diventasse una città visibile. E nel fare questo, inevitabilmente incappi nelle fragilità, nelle difficoltà e nelle paure della gente.

In Un ragazzo canti perfino un obitorio dove i genitori vedono il proprio figlio appena morto
Quella è una scena che io ho davvero vissuto una decina d’anni fa. Era un fotogramma che avevo addosso da anni, infatti la canzone l’ho scritta in dieci minuti. Credo che si possa cantare di tutto, anche se ci sono delle cose che disturbano anche me. Ma quel pezzo ha fatto da traccia a tutto il lavoro: là era tutto congelato, immobile e i sentimenti incombevano. C’era una sospensione difficile da spiegare, ancora più dura perché non c’era una forza liberatoria, uno sfogo. Sì, credo che si possa cantare di tutto, soprattutto se lo fai con sincerità e senza necessità di destare scalpore.

In tutto questo intimismo, però, gli arrangimenti sono spesso ricchi e avvolgenti con orchestre e effetti ricercati. È un contrasto voluto?
In alcuni casi sì, come proprio per Un ragazzo, per la quale volevo uno straniamento. In altri casi è successo perché, per la prima volta, mi sono fatto aiutare e ogni decisione è stata il risultato di confronti tra me, Vittorio Cosma, che è un romantico, e Roberto Vernetti, ostinato nel “risparmiare” per evitare un suono ancora più lussuoso e sfarzoso. Ma l'esito è una mescolanza di cose riuscita al meglio. E il suono ricco è un fondale più confortevole per i contenuti.

Molti brani sembrano prima racconti o poesie che canzoni, con le parole che “lottano” per stare nei versi: nella composizione viene prima il testo o la musica?
Fino al 2000 scrivevo solo musica. Poi ho trovato questa forma d’espressione e i testi sono diventati molti importanti. E pensare che gli artisti che amo di più sono principalmente “di musica”, come Battisti e i Beatles. Tento di scrivere tutto assieme, di non cadere nella trappola di fare un buon testo e accompagnarlo con musica di servizio. Ma seguendo io linee di testo un po’ impervie, magari la musica deve fare delle “deviazioni”...

Mara Maionchi ha detto che in Italia abbiamo buoni musicisti e interpreti ma mancano gli autori. Tu, secondo lei, sei uno di questi: che ne pensi?
La ringrazio molto. E credo che proprio con X Factor stiano facendo un lavoro interessante. Non solo perché, soprattutto grazie a Morgan, fanno un’operazione di cultura musicale assai utile per i giovani. Ma soprattutto, in quello che è un concorso per voci il caso di Giusy – degli altri finalisti si sono perse le tracce - ha evidenziato che c’è bisogno di autori. Mi auguro che loro aprano a dei giovani che scrivano inediti, perché ce n’è un bisogno davvero enorme. Bisogna dare loro un’opportunità, perché non saranno morti, ma in cattività e ben nascosti sì.

La differenza tra scrivere per sé e per gli altri?
Quando scrivi per te stesso devi essere spietatamente sincero, è una lotta, è laborioso, faticoso ma anche gratificante. Quando scrivi per gli altri devi essere più vigile, lavori da gregario, devi adattarti a quelli per cui scrivi, scegliere per loro il vestito più adatto. Mi appassiona molto ma è più semplice e divertente, quasi enigmistico.

Hai detto di X Factor. Che ne pensi di Amici?
Lo conosco poco. Ma ritaglia uno spazio per i giovani. Fondamentale è la qualità delle persone che lavorano con loro e che riescano a infondere una passione e allargare la cultura di chi partecipa. Da questo punto di vista credo che a X Factor – verso il quale all’inizio ero scettico, poi mi sono appassionato - stiano lavorando meglio.

Hai lavorato con la Nannini, Celentano, Morandi, Bersani, Raf, la Vanoni,…: chi ti manca?
Mi piacerebbe scrivere per alcuni artisti che sono autonomi (quindi non ci lavorerò!): Elisa, Tiziano Ferro, Giorgia. Chi scrive vorrebbe sempre grandi voci. Ma tendono a scriversi le cose da soli: è l’esigenza di metterci dentro quello sono, cosa che da autore capisco. Mi piacerebbe ri-lavorare con Celentano, ma anche con Renato Zero, i Baustelle, Frankie Hi-Nrg e gli artisti con i quali si può mettere nella musica qualcosa di imprevedibile.