SPECIALI

Saba, voce d'Africa

Notizia del 19 ottobre 2007 - 08:00

Jidka -La Linea, il disco d'esordio della cantante italo-somalo-etiope: un'interessante unione di sound differenti, originale e famigliare allo stesso tempo

di Alice Voltolina

Per il suo album d'esordio ha scelto un titolo che parla di lei, della sua cultura, dei suoi geni, del colore della sua pelle. Ma soprattutto della su anima. Jidka - The Line (presentato in anteprima nazionale al Teatro Dal Verme, in occasione del concerto d'apertura de Le Ultime Carovane) in italiano significa Linea, per Saba (Anglana), cantane italo-africana (madre etiope, padre italiano e un'infanzia trascorsa in Somalia) è quel "bizzarro confine naturalmente disegnato" sul suo ventre, ma anche quel punto in cui gli opposti si incontrano, si uniscono e, oltrepassandolo, si mescolano. Così nasce la sua musica, personalissima e naturale mescolanza, appunto, di suoni che dall'Africa (Mogadiscio e il Corno d'Africa intero fino a oltrepassarne io confini) arrivano ai ritmi r'n'b e soul, ben più noti all'orecchio occidentale. Il risultato è un'originale sound che unisce elementi diversi, conosciuti e sconosciuti ma comunque famigliari, capace di conquistare l'ascoltatore attento e curioso alle novità. Denominatore comune dei 12 brani, cantata in somalo: abbatterei pregiudizi, gli egoismi, le barricate, i muri.

Una scelta coraggiosa quella di uscire con un album cantato in somalo. Perché?
Se fosse un lavoro rivolto solo a un certo tipo d pubblico, non avrei fatto certe scelte. Ma a me non interessava conquistare la metà del pubblico. Per me era importante farmi accettare anche da chi viene dall'Africa. E sentirmi dire che da chi è somalo che questo mix non crea nessun tipo di problema, sentire che la comunità somala appoggia il lavoro è stato davvero importante per me. Mi rassicura moltissimo, nessuno stress perché ho detto la verità e i somali hanno accolto molto volentieri il mio lavoro.

L'album di intitola Jidka - La Linea: da cosa nasce questo nome?
Jidka è il limite che separa, come l'Ogaden, la striscia maledetta è la linea che divide la Somalia e l'Etiopia, così questa che ho sulla pancia separa la Somala che è in me, da parte di mia madre (che ha origini etiopi ma poi è emigrata in Somalia, ndr) e l'italiana che è in me, da parte di padre. Nel corso della mia vita ho visto che l'ottusità di molte persone ti costringe spesso a giustificarti. Io non ero completamente italiana, ma non ero neanche completamente africana. E dovevo sempre giustificare il colore della mia pelle che non è bianco, non è nero... Poi i geni, i cromosomi prevalgono e alla fine ho avuto il bisogno di riappropriarmi della mia identità, riconciliare gli opposto, e ho voluto dire io chi sono, al di là, o meglio per superare stratificazioni storiche, culturali, territoriali.

E chi è Saba?
Io non mi sento né etiope, né somala né italiana. La famiglia di mia madre viveva in un clima di forte multiculturalità, fino all'avvento al potere di Siad Barre. Seguivano la religione copta ortodossa, e vivevano la loro religione tranquillamente. Seguivano le festività copte come il Natale, ma anche la fine del Ramadan e comunque ogni occasione era buona per festeggiare. Poi è scoppiate la guerra dell'Ogaden e ha iniziato a respirarsi un clima di violenza. E la mia famiglia è venuta in Italia. Quello che ho vissuto all'inizio è stato un senso di non appartenenza, di non cittadinanza. Ma poi ho scoperto, ho capito che invece questo appartenere a due culture era qualcosa che mi arricchiva

Non hai avuto paura che il fatto di cantare in somalo potesse quantomeno scoraggiare il pubblico?
La lingua ha un incredibile potere separante, è il primo ostacolo che gli immigrati devono affrontare per vivere. Ma la musica ha un lingua completamente diversa. Arriva anche se non si capiscono le parole. Per me è stato un lavoro molto importante perché mettersi a studiare la lingua dei propri genitori è riprendersi il proprio passato, la propria storia e allora tutto diventa molto chiaro, molto intelligibile.

Nelle tue canzoni si parla di tante cose, della guerra, dell'amore, degli affetti, della separazione...
Ho toccato tempi importanti perché non volevo banalizzare questo lavoro mettendo in musica solo un aspetto. Pur avendo questa barriera linguistica (ma sul sito ci saranno presto i testi tradotti in inglese, ndr).

Ci sono anche storie che appartengono alla tradizione somala?
C'è solo un caso in cui ho ripreso una ninnananna somala, Hoio, anche dal punto di vista compositivo c'è stata qualche riga che poi ho allargato fatto mia, tramandata da mia madre. Avendo esperienze dirette e indirette della diaspora, un flagello per il mio Paese, questo scappare dalla guerra civile che crea famiglie separate, sparse in tutto il mondo, persone che finiscono a lavorare come badanti, facendo crescere i bambini degli altri con grande amore e magari loro hanno lasciato i loro bambini e fanno questi lavori per mantener ei propri figli. Ecco questa è la ninnananna che questa mamma canta idealmente ai propri figli lontani. Poi ci sono altre suggestioni, come i canti coranici...

Comunque la musica è un interessante mix di sound differenti, originale e famigliare allo stesso tempo
Bisogna guardarsi dentro, partire da se stessi per poter creare qualcosa di veramente originale, nuovo quando hai tutti gli strumenti ti rendi conto che quella è la strada. Poi devo dire che il mio produttore ha accolto con grande correttezza il mi lavoro, a metà fra modernità e tradizione. C'è black fusion, R&B, black music, il mainstream sono le sonorità percussive dove c'è un'incredibile vicinanza tra sonorità africane e americane. Bit elettronici e strumenti della tradizione, ma anche questo fa parte della verità. i ragazzi ascoltano musica hip hop. L'Africa è un paese che sta cambiando, le nuove generazioni sono molto diverse, si interessano di tutto, e ora non è più il Paese esotico come lo intendevano gli occidentali.