La loro ambizione è quella di fare "
musica per il cervello". Musica per ragionare, provocare, suscitare emozioni. Quindi se vi interessano canzoncine che vi facciano
dimenare il sedere o
motivetti orecchiabili, "Dell'impero delle tenebre" è un album che non fa per voi. Ma se per caso qualcuno fosse interessato a qualcosa di
indie, duro, geniale ed esclusivamente made in Italy,
Il Teatro degli Orrori è un gruppo che ci si può lasciar scappare. La band è composta da Francesco Valente (batterista One Dimensional Man), Giulio Favero (ex produttore Odm), Gionatan Mirai (leader Super Elastic Bubble Plastic) e
Pierpaolo Capovilla (frontman Odm). È con quest'ultimo che abbiamo parlato.
Prima dell'album avete fatto un mini tour per sondare il terreno, raccontaci com'è andataIl disco non era ancora uscito e quindi il pubblico non poteva conoscere ancora le canzoni, era la prima volta che le sentiva dal vivo. È andata bene anche abbiamo sondato un certo sconcerto, se possiamo usare questa parola. Il pubblico che rimaneva un po' scioccato dai temi e anche dalla musica. Il nostro pubblico è in buona parte quello dei One Dimensional Man e quindi si aspettava un certo tipo di sonorità. Mentre quelle che proponiamo, specie per un pubblico italiano, sono molto forti. Adesso la differenza è evidentissima, il pubblica conosce le canzoni, le canta, riscontriamo un certo amore nei confronti del nostro fresco repertorio. È una musica molto fisica e ci vuole fisico per suonarla.
In rete avete raccolto consensiSiamo contentissimi, questo ci fa piacere.
Finora hai sempre composto in inglese, è stato difficile passare all'italiano?
è stato indubbiamente difficile ma lo è stato per ogni disco che ho pubblicato nella mia carriera. Il problema non è tanto la lingua, quanto i contenuti. È stato difficile elaborare certi contenuti, farlo con molta attenzione e grande cura.
Scegliendo la lingua italiana non avete temuto di tagliare fuori un potenziale mercato estero?
Il mercato estero io non l'ho mai conosciuto molto bene. Ho fatto 4 dischi con gli One Dimensional Man che non hanno mai avuto una distribuzione seria all'estero, ma un po' raffazzonata, da indipendenti, senza una promozione degna di questo nome. Quindi del mercato estero non me ne frega più di tanto. Con gli One Dimensional Man i tour erano incentrati in Italia, facevamo in un anno al massimo 10-15 concerti tra Germania, Austria, in parte Francia. A quel punto la scelta del mercato italiano non dico sia diventata un'esigenza o una scelta obbligata, ma una buona idea sì.
Al dì la del significato, che si rifà al Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud, perché la scelta di un nome così complicato?
Non mi piacciono i nomi facili e d'impatto, perché mi ricordano un po' i prodotti del supermercato. Ci piaceva l'idea di un nome che avesse un contenuto letterario e un significato forte. La difficoltà del nome mi lascia abbastanza indifferente. Anche se ci fossimo chiamati Dixan non è che avremmo venduto più copie perché è un nome più fico de Il Teatro degli Orrori. In Italia un disco indipendente non vende più di un certo numero di copie, il mercato discografico è in crisi, i ragazzi scaricano dalla rete: quindi quello del nome diventa un non-problema.
Avete puntato il dito contro le major e pure certi gruppi indie che propinano canzoncine del cavolo
Nel nostro Paese viviamo un momento culturale bassissimo, con il berlusconismo alle spalle, nonostante Berlusconi ci sia ancora adesso. Questo mondo di musica del cazzo, da intrattenimento, "musica per i piedi" la chiamo io, ossia fatta solo per ballare. Noi puntiamo alla musica fatta per il cervello, per ragionare, provocare, emergere, indurre la gente a provare delle emozioni. La musica per il semplice intrattenimento non ci interessa.
Nel frattempo gli One Dimensional Man sono fermi? Sì. Per il momento la mia priorità è Il Teatro. È nato come un progetto parallelo ma si è sviluppato così bene, a mio parere, che diventerà il mio gruppo principale mentre One Dimensional Man sarà il mio gruppo parallelo. Con questo non voglio dire che gli Odm si sono sciolti: il giorno che ne avranno voglia ci metteremo e studieremo un nuovo repertorio e sicuramente faremmo qualcosa di diverso da prima. Personalmente mi ero stancato di come stavano andando le cose. C'era bisogno di un cambiamento radicale, dal punto di vista del componimento delle canzoni e nella struttura degli spettacoli dal vivo. Il cambiamento radicale è avvenuto con Il Teatro. Ora spero di fare una svolta anche con gli Odm entro il 2008. Chi non cambia e non si evolve muore. Il cambiamento anche se doloroso e impegnativo è necessario. Se non si cambia non si va avanti. In questo senso penso che la buona musica sia portatrice di progresso.
Che ne pensi della scena indie italiana? Ci sono un sacco di cose bellissime e persone che hanno la voglia di fare grandi cose, senza stare a fare nomi. Anche nel
mainstream ci sono cose interessanti, eh. La musica indipendente c'è e ci sarà sempre perché i ragazzi, specialmente i più giovani, hanno voglia di sperimentare, di fare, è motivo non solo di felicità per quelli che suonano insieme, ma anche di crescita. Avere un gruppo, scrivere e suonare, vuol dire confrontarsi, lavorare e progettare insieme. Vuol dire anche democrazia. Quello che il capitalismo ci frega tutti è che ci toglie la capacità di cooperare tra di noi. Il gruppo rock, anche se nasce molte volte da un desiderio infantile di visibilità, alla fine ti fa scoprire quanto è bello fare le cose insieme. Fare un buon disco diventa un motivo di orgoglio, e così le persone crescono.
Hai mai pensato di fare teatro?Il teatro inteso come enunciazione di un'opera già scritta non m'interessa. Io credo in qualche misura il teatro già lo faccio per questo gruppo, perché suonare da vivo ha il suo valore di evento che è qualcosa di stranamente simile a quello teatrale. Si fa con la musica ma dentro alla musica c'è un testo e un'interpretazione, della parole fortissime. Non ho mai avuto l'occasione, ma non credo sia quello che voglio fare. Certo, se ne avessi l'opportunità penso che non me la farei scappare.
Oltre a temi forti come la morte, la rabbia, la memoria storica e la pazzia, ci sono diversi brani che parlano d'amore, come Il turbamento della gelosia, un bellissimo pezzo
È la primissima canzone che abbiamo composto. Dopo ci siamo guardati in faccia domandandoci: «Ma sul serio vogliamo fare questa roba?». I miei compagni mi chiedevano se ero sicuro di voler scrivere queste cose. È un testo fortemente autobiografico però alla fine ho voluto dare a questa canzone un affetto slegato dalla mia biografia. Ho voluto pensare - io non ho figli - alla banalissima storia di un divorzio, e siccome ho vissuto molto la solitudine negli ultimi tempi, ho voluto esorcizzarla scrivendo. Questa cosa di esorcizzare i propri mali interiori con la musica è una cosa che mi aiuta tantissimo nella vita, e credo non smetterò mai di farla. Spero magari di non stare sempre così male (
ride).
Alessandra Del Re