di Manuela Magistris
Le chiamano in tutti i modi: droghe naturali, droghe etnobotaniche, droghe vegetali, droghe etniche, biodroghe, ma la definizione più calzante è di sicuro anche la più usata, smart drugs (droghe furbe). Un immenso e variopinto mondo di pillole stimolanti, bevande energetiche, composti naturali e di sintesi che possono essere vendute e consumate sfuttando le pieghe della legalità.
Perché il problema è una vera e propria vacanza legislativa. Il riferimento è la tabella I dell'elenco delle sostanze stupefacenti e psicotrope del Dpr 309/90. Spesso i principi attivi sono presenti nelle tabella ma non sono presenti le piante che, originarie dell'Asia e del Sudamerica, fino a pochi anni fa neppure si conoscevano in Europa.
Oggi i negozi o smart shop che le vendono sono un centinaio in tutta Italia, frequentati da studenti in cerca di stimolanti celebrali per la preparazione degli esami, 40-60enni che vogliono dei simil-Viagra e giovani che usano le smart drugs per i loro effetti psichedelici. Si va dall'Amanita muscaria alla lattuga selvatica (o virosa), dal cactus di San Pedro alla menta magica, ma i nomi anche fascinosi ed esotici sono tantissimi. Degli effetti, di come mescolarle e dove trovarle ne parlano i consumatori online: scrivono della loro esperienza, si scambiano opinioni, leggono i consigli di Alexander Shulgin, un famoso farmacologo statunitense, che ha pubblicato ricette di cocktail con queste sostanze. Tutto online, alla luce del sole su innumerevoli siti.
C'è anche chi è tornato sui propri passi. L'Head Shop a Roma è passato da smart shop a grow shop (ossia alla vendita di strumenti per la coltivazione della cannabis), «Perché c'erano troppi problemi con le sostanze che poi sono entrate in tabella. Non si poteva più lavorare, così ci siamo spostati verso il grow shop» ci hanno spiegato. Gli affari ne hanno risentito? «No no, anzi! Forse è stata una ottima scelta».
Il giro d'affari negli Stati Uniti è di circa un miliardo di dollari, dicono gli esperti ma nulla si sa sul numero reale dei consumatori. In Italia mancano dati ufficiali: le intossicazioni registrate finora sono 10-12 ma potrebbero essere molte di più data la difficoltà nel riconoscerle. Il dossier più completo e aggiornato sulle smart drugs è stato pubblicato dall'Istituto Superiore di Sanità e presentato un anno fa, il 31 ottobre del 2006. Abbiamo parlato con uno dei ricercatori che lo ha curato, Simona Pichini.
A oggi non esiste un monitoraggio sanitario sul numero dei consumatori?
Assolutamente no. In Italia non sono mai stati fatti studi in questo senso, nè ci sono stati chiesti. Ci è stato chiesto di monitorare di che principi attivi si trattasse e il loro effetto sul sistema nervoso centrale
Non si sa nulla di più neppure dei cocktail?
No, perché si possono comprare già fatti o mischiando sostanze in vendita negli smart shop. I consumatori possono fare tutto da soli in base a ricette che si trovano su internet. L'utente legge e replica, senza chiedere il permesso a nessuno.
Tra le sostanze che avete segnalato quanto poi sono state inserite nella tabella e bloccate?
L'Iss non segnala ma comunica la pericolosità. Così quando il Consiglio Superiore di Sanità ha chiesto il parere sulla Salvia divinorum è stato dato e poi inserita in tabella. Ora lo abbiamo dato per i semi di Argyrea nervosa, Ipomoea violacea e Rivea Corymbosa che contengono Lsa, amide dell'acido litergico. Riteniamo che le piante più pericolose siano quelle allucinogene. Nella prossima tabella delle sosostanze stupefacenti, insieme all'Lsa che di fatto è già proibito come principio attivo, andranno anche i semi di queste piante.
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