Sono in 120mila all'autodromo di Imola. E sono praticamente tutti per lui, il Blasco: una tribù variegata e immensa di "Vascodipendenti" giunta da ogni angolo d'Italia, fatta di giovanissimi e trentenni mischiati a famiglie e fan d'annata, che tra fiumi di birra, panini caserecci, patatine fritte e tante "sigarette" attende con desiderio l'arrivo del grande rocker di Zocca.
D'altra parte la corsa all'acquisto dei biglietti per la prima giornata dell'Heineken Jammin' Festival si era esaurita nel giro di pochi giorni. Segno che un'immensa folla di fan migratori avrebbe prima invaso le autostrade, i treni e la via Emilia, per poi riversarsi per le strade di Imola e sui prati al di qua e al di là del fiume che scorre accanto allo storico circuito. Anzi, molti di loro sono giunti addirittura 24 ore prima dell'inizio del concerto: sono gli irriducibili delle prime file che hanno atteso l'apertura dei cancelli già dalla sera precedente (giovedì) per potersi aggiudicare l'ambita posizione sotto il palco.
Dentro, ad accogliere la folla, un sole oscurato a tratti da qualche minacciosa nuvola grigia, e il palco di sempre, una struttura di 70 metri somigliante a un'immensa "H", 4 megaschermi e ben 340 casse, pronte a diffondere con tutta la loro potenza la musica e le parole dell'unico, grande Vasco Rossi, da poco temtpo anche Dottore ad honorem in Scienze della Comunicazione.
L'attesa è lunga e per molti non esaltante. Peccato perché, "Le Vibrazioni" a parte (che non devono aver riscosso molto successo visto il gran numero di bottiglie e sacchetti per l'acqua che spettatori irrequieti hanno gettato sul palco), i "Velvet" hanno suonato con l'energia di sempre, Simone è riuscito a farsi accettare anche dai vaschisti doc (anche lui, poi, non ha resistito ed è rimasto nel mucchio a cantare in coro le canzoni del mito di tutti) e buona è stata anche l'esibizione di Pia.
Poi finalmente lo spettacolo inizia. Si spengono i riflettori, attaccano i musicisti, dai megaschermi ora si vede il palco illuminato e una versione prima acustica poi rock di "Un gran bel film" apre il concerto, mentre le grida del pubblico salutano l'ingresso della rockstar emiliana. «Ben arrivati e ber ritrovati», ricambia Vasco. «Divertitevi finché siete in tempo!» E poi attacca con "Deviazioni", "Dimentichiamoci questa città", "Cosa vuoi da me" e una splendida "Dillo alla luna". Per continuare poi con la rabbiosa "Portatemi Dio", l'ormai tormentone pubblicitario "Come stai" e "Cosa succede in città". Iniziano le prime note di "Sally" e mille fiammelle si accendono, insieme a torce e stelle di natale che schizzano scintille tutt'intorno.
Arriva "Stupendo", seguita da un momento di ottima musica interamente dedicato alla band, che oltre all'eccezionale bravura delle storiche chitarre di Maurizio Solieri e Stef Burns, ha permesso al pubblico di conoscere anche il talento della new entry alla chitarra acustica, Riccardo Mori. Note a tutti anche la classe di Alberto Rocchetti (pianoforte e tastiere), l'energia di Claudio Golinelli (basso), lo stile di Andrea Innesto (sax), le capacità di Frank Semola (tromba e tastiere) e Mike Bairds (batteria) e la voce di Clara Moroni.
Poi si ricomincia con un gioco di luci psichedeliche che dal bianco e verde sfumano in un blu d'atmosfera per poi riaccendersi di nuova energia colorata di un rosso vivo. E nel mezzo di un vero e proprio delirio mistico in onore di questo dio profano, un mare di braccia alzate in segno di adorazione, corpi in movimento, volti rapiti e sorridenti e una miriade di striscioni ("Santo subito", "Dio è nato a Zocca", ma anche altri irripetibili) inneggianti al poeta ribelle. Arriva poi il tempo di "Buoni o cattivi", "Domenica lunatica", "Rewind", "Senorita", "Stupido Hotel", "C'è chi dice no", "Gli spari sopra", "Siamo soli" (ma il Blasco sottolinea: «Si siamo soli ma siamo anche in tanti!») e "Un senso".
E in chiusura i successi di sempre: "Bollicine", "Senza parole", "Vivere", l'immancabile "Vita spericolata", manifesto generazionale, la meravigliosa "Canzone", dedicata (come già era successo a Bologna 2000) al grande Massimo Riva e accompagnata da un lungo, commovente applauso, e "Albachiara", la canzone che da sempre annuncia che il concerto è finito. La musica si spegne. I riflettori si accendono. Alcuni iniziano ad avviarsi all'uscita. Altri rimangono fermi un momento a guardare il palco vuoto e buio: sanno che è ora di andare ma rimangono ancora un po' a respirare la magica atmosfera del concerto. Poi tutti a casa.
Alice Voltolina