SPECIALI

Ecco la signorina "Esse"

Notizia del 18 gennaio 2008 - 14:48

Ovvero Solarino (Valeria), bellezza "melting pot" - papà siciliano, mamma torinese, nata in Venezuela - che è un'impiegata travolta dalla passione operaia nell’ultimo film di Wilma Labate: Signorina Effe

di Sara Gambèro

Dal vivo è talmente bella da togliere il fiato: alta, magrissima, occhioni da cerbiatta e lineamenti delicati, che se sullo schermo possono sembrare un po’ freddi e per certi versi poco sensuali, nella realtà rasentano la perfezione. È Valeria Solarino, 28enne attrice figlia di una torinese e di un siciliano ma nata in Venezuela, alla prima prova di protagonista assoluta nel film di Wilma Labate: Signorina Effe.
Dove Effe sta per Fiat, visto che Emma, questo il nome del suo personaggio, è una impiegata della fabbrica di automobili di Torino, di famiglia operaia con una laurea in matematica quasi in tasca e un matrimonio con un ingegnere dietro l’angolo, che nell’anno caldo 1980, quello degli scioperi, dei picchetti e della famosa marcia dei 40.000 colletti bianchi, vive una breve ma travolgente passione con un giovane operaio militante, Sergio (Filippo Timi).

Parlaci del tuo personaggio
Emma è il "cavallo vincente" della sua famiglia, che è di origine operaia e ricopre questa figlia laureanda, impiegata alla Fiat, di mille aspettative e soprattutto la investe del compito di riscatto sociale. Lei si deve affermare, deve sposare l’ingegnere, fare carriera in fabbrica. E quando si innamora della persona sbagliata succede il dramma.

La persona sbagliata è Filippo Timi, ovvero Sergio, operaio militante nei giorni caldi degli scioperi?
Sì, Emma viene travolta dall’amore, dalla passione per lui e per la prima volta si avvicina a questo mondo. Capisce per cosa lottano e che tutto quello che gli aveva sempre detto suo padre non era vero. Cioè che scioperano non perché non hanno voglia di lavorare ma per dei giusti diritti. Acquisisce la consapevolezza che il mondo attorno a lei sta cambiando e in questo senso fa anche un passo in più rispetto a Sergio.

Cioè?
Capisce che in qualche modo c’è stato un cambiamento sociale radicale. Tanto che quando lo saluta per l’ultima volta gli dice: "Abbiamo perso, hanno vinto loro", perché realizza, prima di lui, che in quel momento è successo qualcosa di determinante, c’è stata una rottura insanabile. Che in qualche modo è finita un’epoca, quella della lotta operaia, e ne sta iniziando un’altra.

Hai dei punti in comune con Emma?
Sì, nella determinazione e volontà di fare le cose al meglio. Sono sempre stata una perfezionista, anche all’Università. Ho questa voglia di dare sempre il massimo, di non essere mai colta in contropiede. E poi la passione, alla base di ogni scelta di Emma, è quella che muove anche me in ogni cosa che faccio.

La regista ha parlato di un aneddoto divertente capitato durante le riprese. Ce lo racconti?
Stavamo girando nella sala presse di una fabbrica di Rivalta, in provincia di Torino, con delle comparse che erano veri operai di quella fabbrica. Mi si avvicina uno di loro e mi dice: "Certo che voi attori fate un lavoro pesante e ripetitivo: tutti i giorno dover ripetere la stessa scena, le stesse battute..". Io, stupita, gli rispondo: "Bè, voi operai non state messi meglio, tutti i giorni alla catena di montaggio, a fare lo stesso lavoro, anche più pesante del nostro". E lui, pieno di orgoglio: "Sì, ma noi facciamo le automobili!".

Quale è stata la scena più difficile da girare?
Quella in cui piango e mi abbuffo di cibo. Sia perché caso ha voluto che proprio quella mattina, pensando di dover girare un'altra scena, avevo fatto un super colazione al bar e mi sentivo pienissima. Poi perché è molto difficile piangere, quindi avere una sensazione di chiusura allo stomaco, e ingozzarsi allo stesso tempo. È stata davvero dura!

Tu hai vissuto fino a tre anni fa a Torino, dove è ambientata la storia. Che rapporto hai con questa città?
Ho un rapporto molto forte: mia mamma, mio fratello e i miei nipoti vivono lì. Anche se la città del film è molto diversa da quella di oggi, in fieri c’erano già allora i germi della Torino attuale, anche a livello culturale. Si poteva in qualche modo respirare la vivacità che è evidente oggi. Ieri Torino era forse più riservata, oggi è esplosa.

Credi che la generazione di giovani d’oggi sia più difficile da raccontare rispetto a quella degli anni ’80, perché come dice la regista "è più sfaccettata, con mille volti diversi"?
Forse prima c’era la coscienza di appartenere a un gruppo, cosa che permetteva di far sentire la propria voce. Adesso c’è invece la convinzione di arrivare dappertutto con i mezzi di comunicazione. Mentre in realtà, penso soprattutto alla televisione, questi ci danno solo l’illusione di arrivare ovunque, mentre al contrario finiscono per soffocarci. Lasciandoci tra l’altro nel nostro individualismo.

Chi sarebbe Emma oggi?
Una giovane donna di 25 anni con il futuro davanti. Il problema è che oggi una ragazza di quella età non ha grandi prospettive rassicuranti. Ti faccio un esempio: io ho una cara amica laureata in filosofia, con il massimo dei voti e la lode, che passa da un lavoro all’altro e a me sembra davvero un talento sprecato. Oggi possiamo tutti farci un viaggio alle Maldive ma non comprarci una casa. Mentre quando mia mamma era giovane si poteva metter su famiglia, comprarsi una casa, una macchina, ma non fare un viaggio lontano. Si sono invertite le priorità e mi sembra una cosa significativa e al tempo stesso molto preoccupante

Sei mai stata travolta da una passione come quella che vive Emma?
Sono quotidiamente travolta dalle passioni. Penso che l’amore in senso lato sia il motore di tutte le cose.

A cosa stai lavorando ora?
Oltre alla promozione di questo film, uscirà a breve Valzer e poi una produzione internazionale, Holy Money, credo in primavera.

Ci puoi anticipare qualcosa di questo film?
È un thriller, quindi non posso svelare molto della trama. C’è un po’ di tutto dentro: il vino, la buona cucina, le donne, la corruzione, i potenti che mettono a tacere tutto…

Tu chi interpreti?
Una giovane ammaliatrice…ma non dico altro!

Un'ultima cosa: se potessi scegliere, un regista con cui vorresti lavorare?
Uno veramente “bravo”, non importa il nome. Perché vorrei lavorare solo con persone che reputo in gamba. Che è un po’ quello che ho fatto fin’ora, scegliere le cose che più mi piacciono, senza scendere a compromessi di qualsiasi tipo.

Commedia o film drammatico?
Mi piacciono entrambi. Diciamo che se mi fido del regista sono disposta a fare anche la farsa!

 

Altri articoli dello speciale
«Sogno una come Moana»