In sala per l'anteprima del film sulla sua vita, "Il Divo" di Sorrentino, il senatore sbotta: «Maligno, cattivo, una mascalzonata» fa gesti di stizza e minaccia di andarsene. I trailer
«È maligno, è cattivo, è una mascalzonata», rabbia e gesti di stizza. Per una volta Giulio Andreotti perde la calma. E non è da lui. All'anteprima a Cannes del film "Il Divo" sulla sua vita e carriera politica, il senatore è seduto in prima fila, ma s'infuria, fa gesti di stizza, manate e a un certo punto commenta «eh no, questo è troppo» e minaccia di andarsene. Ma poi resta, per vedere fino alla fine come Sorrentino, il regista, lo ha ritratto.
Già la trama del film non lasciava spazio a dubbi: non sarebbe stata una celebrazione e di Andreotti non sarebbe stata data l'immagine del grande statista. Ma il buon Giulio, il divo Giulio, aveva commentato la notizia con la solita battuta pungente: «Potevano aspettare che morissi». Quello che lo fa arrabbiare di più è la parte sulla morte di Aldo Moro e le sottili insinuazioni sul suo ruolo nella vicenda: «Non è corretto raccontare la sua morte come se ci fosse dietro qualcosa oltre le Br. La politica ci ha diviso. E le correnti, certo. Ma io e Moro ci conoscevamo da una vita, lui non voleva neanche fare politica ma studiare. È stato lui a designarmi come successore della Fuci. I giorni del suo rapimento sono stati durissimi e tornano. Anche per me».
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La storia - A Roma, all’alba, quando tutti dormono, c'è un uomo che non dorme. Quell'uomo si chiama Giulio Andreotti. Non dorme perché deve lavorare, scrivere libri, fare vita mondana e, in ultima analisi, pregare. Pacato, sornione, imperscrutabile, Andreotti è il potere in Italia da quattro decenni. Agli inizi degli anni Novanta, senza arroganza e senza umiltà, immobile e sussurrante, ambiguo e rassicurante, avanza inarrestabile verso il settimo mandato come Presidente del Consiglio. Alla soglia dei settant'anni, Andreotti è un gerontocrate che, equipaggiato come Dio, non teme nessuno e non sa cosa sia il timore reverenziale. Abituato com'è a vedere questo timore dipinto sul viso di tutti i suoi interlocutori. La sua contentezza è asciutta ed impalpabile. La sua contentezza è il potere. Col quale vive in simbiosi. Un potere come piace a lui, fermo ed immutabile da sempre. Dove tutto, battaglie elettorali, stragi terroristiche, accuse infamanti, gli scivola addosso negli anni senza lasciare traccia. Lui resta insensibile e uguale a se stesso di fronte a tutto. Fino a quando il contropotere più forte di questo paese, la Mafia, decide di dichiarargli guerra. Allora le cose cambiano. Anche, forse, per l’inossidabile, enigmatico Andreotti. Ma, questa è la domanda, cambiano le cose oppure è un'apparenza? Una cosa è certa: è difficile scalfire Andreotti, l'uomo che, più di tutti noi altri, sa come si sta al mondo.
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