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«Ho visto cose che voi umani...»

Notizia del 10 gennaio 2006 - 11:05

Una vita al fianco di Gustavo Rol. Maria Luisa Giordano racconta i prodigi del celebre sensitivo amato dai potenti e ricorda: "Solo uno lo cacciò in malo modo: Mussolini"


Signora Giordano, quando e come ha conosciuto Rol?
Era un amico di mio padre: abitavano nello stesso palazzo, erano cresciuti insieme e poi si erano persi di vista. Quando mio padre è morto, sono stata io a telefonargli per chiedergli conforto. A quell'epoca, a Torino, lui era già famoso per i suoi "prodigi". Inizialmente mi disse: «Non è ancora il momento, ci frequenteremo più in là nel tempo». È stata poi sua sorella Maria a dire a me e a mia madre che lui aveva espresso il desiderio di incontrarci.

Come andò il primo incontro?
Fu un impatto fortissimo. Lui aveva occhi profondi, misteriosi, che scrutavano l'anima. Mi colpì molto il fatto che avesse cominciato a parlarmi in tedesco, cosa che ero abituata a fare con mio padre. Sono cresciuta bilingue, sa, e poi mi sono laureata in letteratura tedesca, con una tesi su Holderlin.

Quindi lei a un certo punto cominciò a frequentarlo assiduamente.
Sì, nel '79, dopo quel primo incontro, mi chiese di andarlo a trovare tutti i giorni. «Ce l'hai la patente?», mi chiese. «Ah, no», risposi. «Male: una donna senza patente è una donna a metà», mi disse. Così finii per prenderla e per accompagnarlo dappertutto. Imparai a guidare molto bene perché era molto esigente, oltretutto: si lamentava che io non suonassi abbastanza il clacson. Era un uomo molto spiritoso. Ispirato e aulico, a volte, sì, ma divertente e alla mano per la maggior parte del tempo. Gli piaceva anche negarsi al telefono simulando una voce femminile: «No, il dottore non c'è», diceva in falsetto, quando non voleva essere disturbato.

Lo chiamavano spesso?
Giorno e notte. Del resto il suo numero era sull'elenco. Lo cercavano di persona e gli scrivevano moltissime lettere. Lui mi chiamava, le leggevamo insieme e pregavamo perché si risolvesse il problema che la persona che gli aveva scritto gli confidava.

Si è mai fatto pagare da qualcuno?
Mai, mai. Né ha mai accettato denaro: si sarebbe offeso. L'unica cosa che vendeva erano i quadri che dipingeva, ma non certo a prezzi alti. La metà la dava sempre in beneficenza.

Di cosa viveva, Rol?
Del suo lavoro in Banca. Dopo la morte del padre, si mise a fare il pittore a tempo pieno, cosa alla quale fino ad allora aveva rinunciato per non contrariare il genitore. La sua era la vita di un uomo d'estrazione alto-borghese, molto colto e raffinato: Rol aveva tre lauree: in biologia, giurisprudenza ed economia.

Rol come definiva i suoi "poteri"?
Non parlava di poteri, ma di "possibilità".

In che modo si sono manifestati, inizialmente?
Rol era stato un bambino particolare, che - nonostante la spiccata intelligenza - aveva iniziato a parlare tardi e poi, più grandicello, si era dimostrato brillante a scuola, ma spesso trascurava gli studi per la pittura. Il padre gli aveva trovato lavoro a Marsiglia e lì lui arrotondava lo stipendio suonando il violino come sottofondo dei film muti. A Marsiglia incontrò un polacco che gli insegnò come coltivare le sue possibilità.

Di cosa era capace?
Era in grado di leggere nei libri chiusi, materializzava e smaterializzava oggetti, aveva il dono dell'ubiquità, come Padre Pio, viaggiava nel passato e nel futuro. Ma nulla di ciò che faceva era a comando. Le sue capacità si manifestavano in modo improvviso e spontaneo.

Come spiega il fatto che la sua fama non sia poi così diffusa, al di fuori di Torino?
Era una persona molto schiva. Non rilasciava interviste, anche perché era stato ferito dall'articolo scritto da un giornalista di Le Monde - il primo e l'ultimo che accettò di incontrare - in cui veniva definito «il principe degli illusionisti, un novello Cagliostro». Rol non uscì di casa per una settimana dalla vergogna.

Nel corso della sua vita, Rol è venuto in contatto con personaggi di spicco: Einstein, Fermi, Fellini, De Gaulle, D'Annunzio, Mussolini, Reagan, Pio XII, Cocteau, Dalì, Agnelli, Einaudi e Kennedy. L'incontro più importante?
Con Mussolini, che l'aveva fatto chiamare per chiedergli come sarebbe andata la guerra. Lui previde il disastro e la morte del Duce, che si arrabbiò molto e lo fece allontanare. Durante la guerra, usò di nuovo i suoi poteri per salvare i contadini che erano stati fatti prigionieri da un ufficiale tedesco nelle campagne torinesi. Raccontò all'ufficiale per filo e per segno tutto quello che c'era nel cassetto del suo studio, in Germania. L'ufficiale, sbalordito, lasciò andare i prigionieri e dopo la guerra prese i voti.

A quale incontro presenziò, lei?
Parecchi. Agnelli, Romiti, che pendeva dalle sue labbra... Di questi personaggi, conservo una serie di lettere sulle quali mantengo il segreto, perché il loro contenuto è troppo delicato.

Rol ha sempre detto: «È tutto un mondo, quello della parapsicologia, al quale non appartengo. I miei modesti esperimenti - aggiungeva - fanno parte della scienza». Alla luce di queste parole, come giustifica lei l'avversione del Cicap nei confronti del personaggio?
Il problema con il Cicap è che innanzitutto è difficilissimo analizzare lo spirito, in secondo luogo non si poteva pretendere che Rol si "esibisse" a comando.

Ma c'è mai stato un incontro?
Solo con Regge, un ateo che non ammette lo spirito: ha incontrato Rol una sola volta e non ne parla affatto male.

Altri scienziati che si sono espressi su di lui?
Monod ha detto: «Rol ha precorso i tempi» e Cocteau: «All'incredibile Rol, che sarà credibile solamente dopodomani».

Rol rimase molto deluso dall'incontro con Piero Angela. Cosa si aspettava da lui?
Rol rimase amareggiato perché Angela propose di farlo analizzare dal Mago Silvan.

A quale "esperimento" di Rol lei ha assistito di persona?
A moltissimi e dappertutto, sia a casa sua che negli ospedali. Si figuri che grandi chirurghi torinesi lo volevano in sala operatoria. Mio marito stesso è un chirurgo e ha assistito a cose strabilianti. I giochi con la carte - cambiarne il seme o farne passare una attraverso un tavolo in modo che poi odorasse di resina - erano il minimo. Dipingeva nell'aria freneticamente con un lapis di bambù e poi estraeva il foglio ancora fresco di pittura dalla tasca o - maliziosamente - dal reggiseno di una delle sue invitate. A volte i personaggi dei suoi dipinti si muovevano - cosa che successe, per esempio, di fronte a Fellini, che a tutti i costi voleva portarsi a casa il quadro - oppure le statue prendevano a camminare... Spesso, al primo incontro, mostrava di conoscere particolari della vita intima di chi aveva di fronte, oppure "sentiva" se qualcuno stava parlando di lui in un altro luogo. Scriveva lettere che gli venivano dettate dall'aldilà. Un giorno, ricordo che materializzò il bottone della giacca di un ufficiale dell'esercito napoleonico sotto i miei occhi: aprì la mano e dapprima aveva un grumo di gelatina nel palmo che, poi, poco a poco, prese la forma di un bottone. Straordinario.

Come viveva questa sua condizione?
Era felice di fare del bene o di dare conforto agli altri, quando poteva, ma si sentiva fondamentalmente solo e incompreso. Quando faceva i suoi esperimenti a casa sua, gli ospiti erano meravigliati, poi magari si distraevano e cominciavano a parlare del più e del meno, «Dove vai a sciare?». Lui ci rimaneva male. Nel suo testamento ha scritto: «Non sono solo un burattino per le vostre serate».

Rol è stato definito un sensitivo, un medium, un mago, un indovino e molto altro ancora. Lei in che termini preferisce parlarne?
Era un uomo buono, colto, un cattolico molto devoto e un uomo molto solo. Rol è arrivato al superamento di sé che porta alla spiritualità e alla bontà. Scrivo questi libri fondamentalmente perché lui ci ha dato la certezza che esiste un'altra vita. Diceva sempre che la vita dell'uomo è un fuoco vivido che dura in eterno. Questo mi interessa far sapere.

Lorenza Provenzano

 

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