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«A 300 all'ora sul treno sbagliato»

Notizia del 5 aprile 2006 - 09:21

Utopia e voglia di agire: il ritorno di Massimo Fini, dall'isolamento e dalla censura alla fondazione di "Movimentozero"


E' stato uno dei più celebrati giovani talenti giornalistici negli Anni '70, ora lo fanno "scrivere a stento", dice. Massimo Fini ammette d'essere un emarginato "per vocazione", perché "sono destini, questi, e nell'angolo mi ci sono messo un po' anch'io". La sua fortuna, dice, è quella d'essersi fatto un nome "in tempi nei quali contava più la qualità professionale che le amicizie". Ora quel nome ha deciso di spenderlo nella fondazione di Movimentozero, per dar corpo a un'utopia.

«Ho voglia di passare all'azione diretta», ha scritto. Cosa si prefigge?
Siamo ancora all'inizio, ci stiamo organizzando. Il nostro intento è quello di fare un'intelligente provocazione, come quella che sta facendo Grillo. Fossimo stati più strutturati all'epoca delle proteste in Val di Susa, per esempio, saremmo intervenuti.

Lei ha parlato di un'azione a più livelli, extraparlamentare, ma anche parlamentare.
E' un'ipotesi che non escludiamo, ma al limite in vista della prossima legislatura, non per questa. Lo faremo eventualmente per dare maggiore visibilità a queste idee. Però non sarò coinvolto io, in prima persona.

Perché non ha voglia di buttarsi in politica?
Sono troppo vecchio. Non scommetto sulla mia sopravvivenza a lungo termine.

Il primo degli undici punti del manifesto che traccia le linee del programma politico di Movimentozero, da lei fondato, dice "no alla globalizzazione". Impresa titanica...
Tutti, sia sinistra che a destra, sostengono che questo è un processo irreversibile. Anche Clinton e Castro hanno avallato questa tesi. La stessa, in fondo, di Adam Smith e di Ricardo, che interpretano i meccanismi che regolano il mercato come leggi di natura. Noi di Movimentozero crediamo invece che le leggi del mercato le abbia fatte l'uomo e che l'uomo stesso le possa cambiare. Perciò intendiamo diffondere una cultura antiglobalizzazione, contro un modello di sviluppo a crescita esponenziale che esaspera i disagi, conduce alla catastrofe ambientale e distrugge le economie terzomondiste.

Questo discorso però presuppone l'idea che il meccanismo che regola l'economia sia governabile e che l'uomo non sia fondamentalmente "tecnico" nel suo agire.
Sì, ci sono pensatori come Severino, Galimberti e tanti "postmodernisti" che considerano la tecnica onnipotente e che sostengono che l'essenza dell'uomo sia la razionalità.

Non propriamente. Diciamo che questi pensatori ritengono che l'uomo non si possa liberare dalla tecnica sulla base di una "decisione" o per volontà di potenza.
Ma resta il fatto che la tecnica non è eterna, tant'è vero che ci sono state epoche in cui non c'era. Sicché non viviamo nel "tempo definitivo" e ultimo cui fa riferimento Galimberti. Noi possiamo cambiare questo stato di cose!

Si sente in sintonia con i movimenti no global?
Con quelli originari, internazionali, sì. Con quello italiano, no. Il vero movimento no global, che è alquanto complesso, si ispira ai principi del bioregionalismo e del comunitarismo, è antimodernista e antiprogressista: come può la sinistra modernista e progressista appropriarsi indebitamente di questi temi? Quelli italiani sono tutt'al più dei new global: mirano a una globalizzazione "buona", rispettosa dei diritti, in un certo senso più umana. Ma questa non è che l'ennesima forma di colonizzazione occidentale. A Porto Alegre si è detto invece molto chiaramente che il Terzo Mondo non ha bisogno di incrementare il suo sviluppo. Ci vuole invece meno sviluppo.

Che senso ha oggi dirsi ancora di destra o di sinistra?
Non ne ha più, dal momento in cui la sinistra accetta il libero mercato e il pensiero unico che considera la modernità come un fatto indiscutibile. Non ne ha anche perché si tratta di categorie vecchie di due secoli e mezzo che non comprendono più le esigenze del mondo moderno. Ormai siamo su un treno che corre a 300 km all'ora: c'è chi è seduto, pur sballottato, in prima classe, chi in seconda, chi sugli strapuntini, chi è chiuso nei cessi, chi sta mezzo fuori dal finestrino e chi sta scivolando giù dalla scarpata. Per carità, data la situazione, è giusto battersi per una migliore distribuzione dei posti, ma le domande di fondo ormai sono altre. Dove si va? Chi decide la velocità, come la si riduce? Si può innestare la retromarcia o uno scambio laterale? E si viaggia su binari predeterminati o si può cambiare rotta? Ma soprattutto: siamo sul treno giusto? E' il momento di fare un'analisi dei costi e dei ricavi di questo viaggio e di questo sistema di trasporto. Ecco perché noi di Movimentozero siamo oltre la destra e la sinistra.

Si globalizzano, ormai, anche gli scontri e i conflitti. Come quelli con l'Islam, sugli scudi dopo la vicenda delle vignette.
Che tra l'altro avrebbero fatto meno scandalo se non ci fossero state le guerre in Afghanistan e in Iraq, in cui l'Occidente ha dimostrato unn'incredibile aggressività nei confronti del mondo musulmano.

La Fallaci direbbe che è l'Islam estremista a essere aggressivo nei confronti dell'Occidente.
E' vero esattamente il contrario, invece. Non vedo soldati islamici per le nostre strade, del resto. Certo, come tutti i monoteismi, anche quella è una cultura aggressiva. Bin Laden è l'ombra dell'Occidente, è la risposta integralista e fanatica all'Occidente che si crede liberale e invece non è meno integralista e fanatico a sua volta.

Qual è la terza via oltra al capitalismo e al marxismo, visto che lei li rifiuta entrambi?
La terza via è un ritorno graduale, ragionato e limitato a un modello di sviluppo, centrato sull'autoproduzione e l'autoconsumo, che passa per il recupero della rapporto con la terra. Un modello che si basa sulla cooperazione e non sulla competizione economica, che rende più ricche le nazioni al prezzo del massacro delle popolazioni. L'Italia, per esempio, è senz'altro più ricca rispetto agli anni Sessanta, ma gli Italiani o sono più poveri o sono rimasti stabili, ma la loro vita quotidiana è molto usurata. Corriamo tutti su un tapis roulant.

Lei tocca il tema del lavoro, a questo punto. Quali cambiamenti vorrebbe in quest'ambito?
Bisogna lavorare di meno, perché la vera ricchezza è il tempo. Il lavoro nasce come valore, concettualmente, durante la Rivoluzione industriale.

Però l'esperimento francese delle 35 ore è fallimento miseramente.
Per forza! Pensi a un disoccupato: ha di che vestire, mangiare e abitare, seppur modestamente, e soprattutto ha il tempo a sua disposizione. Potrebbe vivere bene, tutto sommato, invece si sente frustrato perché non ha accesso a tutta quella presunta cornucopia di beni che fa di un cittadino un consumatore a tutti gli effetti. Perché ormai è chiaro: non si consuma per vivere, si vive (e si lavora) per consumare.

Dovremmo consumare di più per far girare l'economia, ma non ne abbiamo più il tempo.
E' un circolo vizioso, infatti! Nessuno dovrebbe essere obbligato a dare più del ragionevole. Il lavoro, anche agricolo, dovrebbe basarsi su un modello diverso, su campi divisi in modo equilibrato, per esempio, ma non in senso efficientistico.

Nel manifesto di Movimentozero, si dice "no alla democrazia rappresentativa": a quale modello politico alternativo si ispira, quindi?
Alla democrazia diretta in ambiti circoscritti. Mi rendo conto, chiaramente, che al momento è un progetto utopico, tuttavia rimane un obiettivo valido, a fronte di una rappresentanza politica sempre più lontana dalla gente e ormai incontrollabile. Del resto, la fine delle libertà individuali e dell'autodeterminazione sono altri effetti collaterali della globalizzazione. Bisogna invece rimettere al centro del discorso politico l'uomo. E non il consumatore coatto, com'è adesso.

Lei sostiene l'idea di far capo a "piccole patrie". Una forma di federalismo estremo?
No. Io parlo di entità autonome, non federali: è diverso. Miro a un'Europa autarchica, nucleare e armata, che - mi rendo conto - è anch'essa, al momento, un'utopia.

Una previsione: come andranno le elezioni?
Se tutti gli esponenti del centrosinistra venissero trasportati immediatamente sulle isole Andemane per tornare solo alla vigilia del voto, allora l'Unione potrebbe vincere perché Berlusconi paga le delusioni e le infamie di questa legislatura, oltre a una congiuntura economica sfavorevole, della quale non è immediatamente responsabile, ma che ha il suo peso. Se invece la sinistra continua la campagna elettorale in questo modo, dando a vedere di essere interessata alla spartizione dei posti di potere, allora l'esito è in forse. Noi di Movimentozero ci asterremo per coerenza con la convinzione che destra e sinistra siano schieramenti superati e perché non vogliamo più prestar credito a questo balletto politico, fermo restando che pensiamo che Berlusconi se ne dovrebbe andare anche solo per un fatto estetico: lui e il suo governo sono impresentabili.

Lei ha scritto: «Berlusconi è andato, è alla frutta»: secondo lei chi può proporre una leadership alternativa, nel centrodestra?
Non so. Onestamente non me ne frega nulla.

Berlusconi è un uomo senza identità, lei dice, un lombardo per caso. I leghisti, invece, no: è sicuro che i Lombardi questa identità forte ce l'abbiano davvero?
L'alleanza con Berlusconi ha ucciso le idee forti del movimento leghista, che era fondamentalmente no global e favorevole al localismo, mentre il premier è globalista e per il libero mercato. Quanto alla questione dell'identità, io non metto in primo piano quella relativa all'appartenenza regionale, ma quella propria della persona. Certo, il sentimento di appartenenza aiuta ma si fonda correttamente sul senso dell'identità personale, perché questo si porta con sé il rispetto dell'identità altrui.

Anche lei è uno dei censurati eccellenti della Tv.
Il mio è stato un piccolo caso di censura, un fatto un po' particolare e tuttavia grave per un motivo di fondo: non è stato censurato il programma in sé, che si occupava di fatti di costume, ma la mia persona. Cioè, qualcuno ha detto: "Quello non deve lavorare".

Cos'ha determinato il suo isolamento nel mondo del giornalismo?
Quando ho cominciato io, negli anni '70, contava più la bravure delle amicizie. Poi, poco a poco, si sono messi in atto i sistemi felpati di discriminazione tipici delle democrazie. E io non mi sono adattato.

Quale consiglio darebbe a un giovane oggi, incerto sul suo futuro?
I giovani, che pure costituiscono buona parte dei lettori che mi seguono, non hanno alternativa, purtroppo, perché c'è pochissimo ricambio. A volte incontro gruppi di praticanti nelle scuole di giornalismo. La prima cosa che dico è: "Si vede che non avete fiuto, altrimenti non avreste mai scelto di fare questo lavoro".

In quale ambito, oggi, si può emergere per merito?
Nel calcio, perché lì non si può barare. O a teatro.

Insomma, ormai il teatro è l'agenzia interinale della Tv.
Sì, ma ci sono ancora grandi attrici, la Crippa, la Villoresi, la Melato, che fanno la differenza. A teatro non si mente: se uno non sa recitare, si vede subito.

Suo figlio ha seguito le sue orme?
Per fortuna, no. Insegna matematica all'Università di Milano. Ha preso dal nonno, grande matematico, mentre io arrivo appena a contare le uova al mercato. Il gene è arrivato puro, insomma, saltando una generazione. Ne sono molto orgoglioso, perché si è affermato in un campo diverso dal mio facendo tutto da sé.

Lorenza Provenzano