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«L'informazione? Morta in Iraq»

Notizia del 5 aprile 2006 - 09:21

Morta e seppellita - secondo Giuliana Sgrena - insieme con la politica estera italiana, ormai inesistente, ridotta all'invio di truppe o alle inopportune esternazioni dei nostri Ministri


"Perché proprio a me": Giuliana Sgrena se l'è domandato a lungo, dopo il suo rapimento in Iraq e la drammatica liberazione, costata la vita all'agente del Sismi Nicola Calipari. Colpita da "Fuoco amico", che è poi anche il titolo del suo ultimo libro uscito per i tipi di Feltrinelli, la giornalista de Il Manifesto ammette di non essersi mai sentita nel mirino dei ribelli iracheni, grazie al suo impegno contro l'occupazione americana. «All'inizio ho pensato che mi avevano rapita perché non sapevano chi ero. Poi mi sono resa conto che non avrebbe fatto alcuna differenza. Erano semplicemente pronti a usare qualsiasi mezzo per i loro scopi: anche me». Con la Sgrena, parliamo di Iraq, di giornalismo e di politica, in margine a una campagna elettorale rissosa, priva di ideali e appiattita su temi di poco respiro.

Per il futuro dell'Iraq, la cosa migliore è rispettare il risultato elettorale che ha dato la vittoria agli Sciiti, come vuole l'Iran, o il raggiungimento di un accordo tra Sciiti, Sunniti e Curdi, come vogliono gli Usa?
Penso che le elezioni, sia le prime che le seconde, non si siano svolte in un clima ideale e, da sole, non bastano certo perché si parli di democrazia. Elezioni attendibili sono frutto di un processo di democratizzazione. In questo caso, invece, sono state presentate liste a base confessionale o etnica, che dividono invece di unire. E' chiaro che gli Sciiti, che per lunghi anni sono stati esclusi dalla gestione del potere, ne hanno approfittato.

Sono parecchi i giornalisti inviati in Iraq che hanno tratto da quell'esperienza un libro. Cosa aggiunge un libro al giornalismo di reportage?
Io ho sempre scritto, anche in passato, libri sulle mie esperienze giornalistiche sui fronti di guerra, perché già quando andavo in Afghanistan o in Algeria trovavo difficile, soprattutto lavorando per un quotidiano, quindi concentrata sull'attualità, approfondire e riflettere sulla situazione che vivevo. Cosa che invece un libro mi consente di fare.

Ha letto qualcuno dei libri dei colleghi ("I miei giorni a Baghadad" di Lilli Gruber, "Dentro la guerra" di Monica Maggioni e "Baghdad Cafè" di Lorenzo Cremonesi) e cosa ne pensa?
Ho leggiucchiato solo quello della Gruber, ma per me non è più di tanto interessante, perché certe situazioni le ho vissute in prima persona.

Roberto Cotroneo e Wlodek Goldkorn su L'espresso hanno insinuato che questi libri sulla guerra irachena siano nulla più che una cinica operazione di marketing.
Non nego che dietro possa esserci un'operazione di marketing, soprattutto nel mio caso, che a causa del mio sequestro ho acquisito una notorietà che avrei molto volentieri evitato. Non per nulla molte case editrici mi hanno cercata, mentre prima pubblicato solo per la Manifesto Libri. Però, anche se avrei potuto, non ne ho approfittato per parlare solo di me. C'è molto più Iraq, nel libro, di me.

Fausto Biloslavo, free-lance e giornalista di guerra d’esperienza, sostiene che dall'Afghanistan in poi è impossibile seguire le guerre "da dentro" e che tutto quel che si può fare è "andare lì e rimanere chiuso in albergo, fare il proprio lavoro da unilateral, rischiando quello che è successo a Giuliana Sgrena, oppure essere incorporato nelle truppe e diventare giornalista embedded".
Stranamente, mi trovo d'accordo con lui. Dico "stranamente" perché Biloslavo ritiene anche che quello embedded è un modo per fare giornalismo, per me invece no. Però è vero che in Iraq, ormai, o si va al seguito delle truppe, firmando un accordo - e allora siamo alla militarizzazione del giornalismo che non garantisce neppure l'incolumità, come testimonia il ferimento di un giornalista americano dell'Abc, saltato su un ordigno - o si sta in albergo - ma anche gli alberghi sono vulnerabili - e si mandano in giro dei giornalisti iracheni: il che significa assumersi una bella responsabilità, visto che ormai la guerriglia non risparmia nemmeno loro. Andare in giro per il Paese sotto scorta armata, nemmeno quello è più sicuro: è capitato più volte che le scorte vendessero i giornalisti ai ribelli. Insomma, l'informazione è un'altra delle vittime di questa guerra.

Non è paradossale che la cosiddetta "resistenza irachena" abbia di fatto impedito ai giornalisti di documentare gli effetti dell'occupazione della coalizione guidata dagli Usa?
Questa è la cosa che più mi ha frustrata e sconvolta. E' legittimo che un Paese resista all'occupazione, ma questi gruppi eterogenei hanno fatto molti errori e, tra questi, colpire i giornalisti è stato il peggiore. Loro dicono che agiscono così perché temono che tra i giornalisti si infiltrino molte spie. Sarà pur vero, ma ci sono molti giornalisti che fanno solo il loro lavoro. Dicono anche che ogni mezzo è lecito per vincere la loro guerra. Siamo al deterioramento assoluto: il sequestro è ormai un metodo di guerriglia, in Iraq.

A proposito della Gruber e dei giornalisti prestati alla politica, lei ha dichiarato tempo fa: "Il mio lavoro è quello di giornalista, fra due mesi potrei anche cambiare idea". Cosa avrebbe potuto o potrà, in futuro, farle cambiare idea?
E' stata una battuta, in risposta a una provocazione. Mi avevano detto: "Lei non cambierà mai idea". E' vero però che mi avevano fatto proposte di candidatura. Ma io amo il mio lavoro e dopo questa disavventura ho più che mai l'esigenza di continuare a farlo. Poi, se altri si impegnano seriamente in politica - come mi pare stia facendo la Gruber - beh, è una decisione personale.

Se per ipotesi avesse deciso di candidarsi, nelle fila di quale partito l'avrebbe fatto?
Ho avuto in passato molte esperienze politiche in vari gruppi. Ora non sono iscritta a nessun partito e mi sentirei stretta nell'aderire a una logica di partito. Credo invece si debbano trovare nuovi modi di far politica. E comunque io scrivo per un giornale che fa politica, quindi...

Che impressioni raccoglie da questa campagna elettorale e come giudica il peso marginale che hanno avuto fino ad ora i temi di politica estera?
All'inizio pensavo che l'Iraq e il ritiro delle truppe sarebbe stato un tema centrale della campagna elettorale. Ora invece mi rendo conto che nessuno è interessato a parlarne. E' molto grave. Anche perché non si tratta solo dell'Iraq, ma di tutta la nostra politica estera, che si è ridotta all'invio di truppe in questo o quel Paese e, al limite, di imprenditori. Non c'è più nemmeno una diplomazia, senza contare le dichiarazioni di certi Ministri... E' veramente disdicevole.

L'aver conosciuto Calipari in che misura ha modificato la visione che lei e i colleghi del Manifesto avete avuto in passato nei confronti degli uomini delle forze dell'ordine e dei servizi segreti?
Se non fossi stata rapita in Iraq, non sarei mai entrata in contatto con i Servizi, che per me, per la mia generazione e per le persone che hanno avuto un certo percorso politico, erano per antonomasia "Servizi deviati". Calipari, che ho conosciuto come un liberatore e come un uomo che mi ha salvato la vita, ha rivelato in pochi minuti un'umanità e una normalità che mi hanno colpita moltissimo. Anche i racconti di Pierre (Scolari, compagno e collega della Sgrena, ndr) e di Gabriele Polo (direttore de Il Manifesto, ndr) mi hanno confermato che Calipari era un uomo straordinario, capace e sensibile, come testimoniano anche quelli che l'hanno conosciuto quando lavorava all'Ufficio immigrazione. Certo, ho rivisto certe chiusure del passato. Non solo grazie a Calipari, ma anche grazie all'esperienza del ricovero al Celio, che mi ha molto segnata.

Il rapimento di Clementina Cantoni ha goduto di una risonanza mediatica nemmeno paragonabile a quella manifestatasi nei casi delle due Simone, la Pari e la Torretta, e nel suo caso. Per quale motivo a suo avviso? E il suo giornale non ha nulla da rimproverarsi, al riguardo?
No. Se c'è qualcuno che ha fatto qualcosa per la Cantoni siamo stati noi. Certo, poi c'è stata gente che mi ha rimproverata perché in piazza c'era molta più gente per me che per lei. Ma io non non ne sono responsabile. E poi c'è una differenza sostanziale: ormai si pensava che in Aghanistan la situazione fosse pacificata. L'Iraq invece era un tema caldo, tant'è che molta gente che manifestava per la mia liberazione, chiedeva, in realtà, la liberazione di tutto l'Iraq.

Secondo lei, per quale motivo il presidente Ciampi ha conferito a Fabrizio Quattrocchi la medaglia al valor civile?
Non lo so. La proposta è partita dal ministro Pisanu. Ecco, io rispetto molto la vita e ho anche manifestato per la liberazione dei tre bodyguard rapiti con Quattrocchi. Ma uno che è andato in Iraq a fare il mercenario non può essere indicato come esempio di valor civile. Se poi la medaglia è stata data per come ha reagito alla morte, allora trovo la cosa inconcepibile: come si fa a stilare una classifica delle diverse reazioni che uno ha di fronte alla fine? Quindi chi ha paura è un vigliacco?

Non credo si voglia sottolineare il demerito di chi reagisce con urla e pianti né che si voglia giudicare come ha vissuto Quattrocchi. La legge che disciplina la concessione delle ricompense al valor civile parla di "atti di eccezionale coraggio", compiuti, tra i motivi citati, anche "per tenere alti il nome ed il prestigio della Patria".
Non voglio polemizzare con Ciampi, che è stato molto solidale con me, ma continuo a pensare che un mercenario non dà prestigio alla Patria.

Lorenza Provenzano